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I fossili ritrovati nel ghiaccio

I Midges Fossilized forniscono gli indizii di un cambiamento futuro di clima

altro tassello sul blocco della cdg,anche in epoche + recenti, con raffreddamenti repentini Cool

Il primo cambiamento e stato rilevato intorno 9.000 anni fa ed il secondo intorno 8.000 anni fa. La prova suggerisce che questi spostamenti erano dovuto i cambiamenti nel flusso di golfo, che normalmente mantiene il clima BRITANNICO caldo e bagnato.

Scienza quotidiana - i midges Fossilized hanno aiutato gli scienziati all'università di Liverpool ad identificare due episodi del cambiamento brusco di clima che suggeriscono che il clima BRITANNICO non è stabile quanto precedentemente ha pensato.


Gli episodi sono stati scoperti ad uno studio in acqua di Hawes in Lancashire nordico, in cui la squadra ha usato una combinazione unica degli studi dell'isotopo e l'analisi delle teste fossilized del midge. Hanno indicato insieme dove gli spostamenti di clima hanno accaduto allora e la temperatura dell'atmosfera.

Il primo spostamento ha rilevato accaduto intorno 9.000 anni fa ed il secondo intorno 8.000 anni fa. La prova suggerisce che questi spostamenti erano dovuto i cambiamenti nel flusso di golfo, che normalmente mantiene il clima BRITANNICO caldo e bagnato.

Durante l'ogni spostamento il clima di nord-ovest si è raffreddato con una caduta media di temperatura di estate di 1.6 gradi -- circa tre volte la quantità di mutamento di temperatura attualmente ha attribuito al riscaldamento globale.

Gli scienziati hanno trovato che l'atmosfera si è raffreddata velocemente ed i periodi freddi sono durati fino a 50 anni per un evento e 150 anni per l'altro. La rilevazione di questi eventi permetterà che gli esperti capiscano più chiaramente che cosa può accadere quando il sistema climatico è disturbato.

Il professor Jim Marshall, dal reparto dell'università delle scienze dell'oceano e della terra, spiega: “Al fango dell'acqua di Hawes è stato depositato continuamente senza alcune lacune, che permette a noi di avere una misurazione esatta degli eventi. Abbiamo controllato l'ambiente moderno del lago per gli otto anni scorsi e questo li ha indicato come leggere l'annotazione passata di clima dal fango antico nel lago.

“L'analisi isotopica li ha aiutati ad identificare gli episodi del cambiamento di clima. Allora abbiamo utilizzato le teste fossilized dei midges non-mordenti, che sono conservati in ogni spoonful di fango. Ci dicono la temperatura del fango, quando esso si è depositato. Paragoniamo la popolazione delle teste del midge in ogni campione del sedimento alla popolazione dei midges in laghi scandinavi, che misurano una vasta gamma delle temperature moderne di giorno.„

La squadra ha trovato i due cambiamenti bruschi di clima correlati direttamente con due episodi di deterioramento tagliente di clima nelle zone quale la Groenlandia, suggerenti che un cambiamento nel flusso di golfo aveva accaduto.

Il professor Marshall ha aggiunto: “La gente è preoccupata che la fusione delle calotte polari potrebbe provocare un rallentamento di che cosa denominiamo “il trasportatore atlantico„. Ciò è dove l'acqua fredda che si affonda nell'estremo nord è sostituita da acqua più calda dai tropici nella relativa circolazione dell'Oceano Atlantico del nord. Un certo numero di studi suggeriscono che il trasportatore può essere instabile e può potere rallentare o spengnere completamente, rendendo il nostro clima improvvisamente più freddo. Il nostro studio fornisce la prova che i due spostamenti che di clima abbiamo rilevato direttamente sono stati collegati ad un rallentamento nel trasportatore.„

Gli scienziati ritengono che questa nuova volontà di dati abbia fornito una prova unica per i modelli globali del calcolatore di clima che stanno usandi per simulare il cambiamento futuro di clima.

La ricerca - in collaborazione con l'università di Swansea; l'università aperta; Università di Exeter; L'università della collina del bordo e l'università Londra dell'università - è pubblicata nella geologia.

Fonte: Università di Liverpool
Data: 11 luglio 2007

http://www.sciencedaily.com/releases/2001/05/010509083730.htm

Articoli sul clima da internet

1) Global dinning

E’ esplosa recentemente la questione dell “Oscuramento Globale” (global dimming), ovvero del fenomeno che negli ultimi decenni ha portato a una considerevole riduzione della quantità di luce solare che arriva sulla superficie terrestre. Questo effetto è dovuto molto probabilmente all’inquinamento e alle polveri che stiamo immettendo nell’atmosfera. In principio, l’oscuramento globale potrebbe anche essere una buona cosa dato che l’oscuramento potrebbe contrastare il riscaldamento dell’atmosfera dovuto all’aumento di gas serra (CO2) emessi dai combustibili fossili. Ma, in realtà, la conseguenza grave di queste osservazioni è che l’effetto riscaldante della CO2 potrebbe essere molto superiore di quanto si ritenesse finora. Ovvero, il riscaldamento globale potrebbe essere un problema talmente grave che potremmo essere condannati a continuare ad inquinare l’atmosfera per evitare danni peggiori. Sembrerebbe che stiamo cavalcando una tigre: dopo che ci siamo saliti sopra, non possiamo più scendere.
Il primo rapporto sull’oscuramento globale risale al ricercatore giapponese Ohmura nel 1986. Da allora l’evidenza si è accumulata sulle riviste scientifiche ma la cosa è rimasta ignota ai più e il problema non è mai emerso nei tanti dibattiti sull’effetto serra e sul riscaldamento globale. Solo nel 2003 il “Guardian” ha pubblicato il primo articolo apparso sulla stampa sull’argomento. La faccenda è esplosa verso la fine del 2004 e il programma della BBC andato in onda il 15 Gennaio 2005 ha dato probabilmente la spinta necessario per far diventare l’oscuramento globale un argomento bollente, dibattuto sui giornali e su tutti i forum che si occupano del cambiamento climatico, perlomeno su quelli in lingua inglese. Al momento in cui queste note vengono scritte (17 Gennaio 2005) una ricerca con Google trova circa 13.000 riferimenti a “global dimming”, Di questi, circa 12.000 sono apparsi soltanto negli ultimi tre mesi. In Italia, per il momento il termine “oscuramento globale” è pochissimo noto, ma si puo’ presumere che, come succede di solito, l’ondata di interesse nata nel mondo anglosassone arriverà anche da noi in tempi brevi.
I rapporti parlano di un abbassamento di luminosità che è impressionante in alcune zone: dal 1950 a oggi. 22%  in Israele, 9% in Antartide, 10% negli USA, e addirittura 30% in Russia. L’oscuramento medio su tutto il pianeta sembra essere molto minore, misurabile come intorno al 3%, un valore comunque non trascurabile. L’interpretazione è che questo effetto non ha niente a che vedere con cambiamenti della luminosità del sole, che rimane costante o che, al massimo, ha delle minime variazioni. Piuttosto, cambiamenti così massicci, soprattutto nell’emisfero nord, possono essere soltanto spiegati come dovuti alle particelle emesse dalla combustione degli idrocarburi che formano un aerosol nell’atmosfera. Queste particelle rimangono nell’aria per un lungo periodo e fanno da nuclei di condensazione per la formazione di nuvole. Di conseguenza, il cielo diventa sempre più nuvoloso e riflette indietro la luce solare. Sembra che una causa importante di questa riflessione siano le scie degli aerei in alta quota. Si attribuiscono all’oscuramento globale fenomeni quali la desertificazione e la siccità in alcune zone del pianeta. E’ possibile che molti fenomeni di cambiamento climatico osservati negli ultimi anni anche in Italia siano attribuibili a questo fenomeno, per esempio siccità, spostamento delle perturbazioni invernali, riduzione delle portate dei fiumi ed altre cose.

L’’oscuramento globale è un elemento nuovo e di grande importanza nella comprensione di come funziona il meccanismo climatico del nostro pianeta e su quali sono gli effetti dell’attività umana sullo stesso. Si sa che il prodotto della combustione degli idrocarburi fossili (CO2) si sta accumulando nell’atmosfera. E’ stato anche osservato che negli ultimi decenni il pianeta si è riscaldato di circa 0.6 gradi centigradi rispetto alle temperature medie degli ultimi 150 anni. L’incremento della concentrazione della CO2 e il riscaldamento sembrano andare di pari passo e i modelli fisici del clima confermano che esiste una correlazione fra le due cose. Secondo le stime, il riscaldamento globale potrebbe diventare rovinoso durante il secolo corrente se non si fa qualcosa per limitare la quantità di CO2 immessa nell’atmosfera. Questa è la ragione del trattato di Kyoto e di molti altri provvedimenti proposti o messi in atto per ridurre l’uso degli idrocarburi fossili.
L’effetto riscaldante della CO2 viene detto “effetto forzante.” Come è ovvio, ci sono molti altri effetti che possono influenzare la temperatura terrestre, per cui l’effetto forzante viene calcolato mediante modelli piuttosto complessi che tengono conto di tutti i fattori. I risultati dei calcoli potrebbero essere modificati dalle ultime novità sull’oscuramento globale. Se l’oscuramento, come sembra, tende a raffreddare il pianeta ma ciononostante osserviamo un riscaldamento, questo vuol dire che l’effetto della CO2 è molto più intenso di quanto i modelli ci avessero indicato fino ad ora. Questa interpretazione sembrerebbe confermata anche dall’osservazione di altri fattori, quali per esempio il contributo del sequestro del calore nelle profondità oceaniche, che anch’esso potrebbe averci fatto sottostimare l’effetto forzante della CO2.

Tutto questo potrebbe significare che viviamo in un equilibrio assai precario fra due fattori contrastanti, uno di riscaldamento e l’altro di raffreddamento. Se uno dei due dovesse prendere il sopravvento saremmo nei guai. In particolare, la riduzione rapida dell’inquinamento atmosferico potrebbe, paradossalmente, fare più danni di quanti ne rimedi, causando un riscaldamento globale disastroso. D’altra parte, l’inquinamento atmosferico è estremamente dannoso per la salute umana. Decisamente, cavalcare la tigre dei combustibili fossili non è stata una buona idea: rischiamo di esserne divorati.
Di fronte a una situazione complessa come quella del clima terrestre, è ancora presto per fare affermazioni certe ed esiste sicuramente la possibilità di interpretazioni diverse e, sperabilmente, più confortanti di quelle che si ipotizzano in questo momento a proposito dell’oscuramento globale. Di una cosa possiamo tuttavia essere certi, ovvero che questi dati, e altri che si stanno accumulando, evidenziano come il nostro ecosistema sia molto più fragile di quanto non si pensasse. C’è chi critica i sostenitori della necessità di intervenire sul clima con azioni come quelle previste dal trattato di Kyoto sostenendo che “Il clima è sempre cambiato.” Questa critica si ritorce contro se stessa: il clima è sempre cambiato perchè è naturalmente fragile. Proprio per questo motivo l’intervento massiccio dell’uomo può fare dei danni immensi e in tempi brevi.
Si tratta ora di prendere dei provvedimenti globali per rimediare. Il primo passo è incrementare e potenziare il trattato di Kyoto per la riduzione delle emissioni di CO2 con l’obbiettivo di convertire nei tempi più rapidi possibili il nostro sistema produttivo planetario a un sistema a “emissione zero” mediante fonti rinnovabili. Allo stesso tempo, sarà necessario prendere provvedimenti attivi, come la sequestrazione e la riforestazione, per ridurre la concentrazione di CO2 nell’atmosfera. Non possiamo essere completamente certi di quanto sia grave la situazione, ma nel dubbio non è il caso di correre rischi.

2) La Verità sul Riscaldamento Globale

Ciò che state per leggere cambierà per sempre il vostro mondo, questo ve
lo posso garantire. Devo scusarmi per essere io a portare queste notizie
spiacevoli, ma è necessario che sappiate, se volete sopravvivere, che ciò
che verrà sarà o SECCO e caldo o GHIACCIO e freddo. Del riscaldamento
globale si parla da 40 anni, e nel frattempo siamo diventati compiacenti.
I nostri scienziati concordano sul fatto che il riscaldamento globale sarà
causa di enormi cambiamenti e problemi nel mondo, ma secondo i loro
ragionamenti ci vorranno cinquanta o cento anni prima di doverci occupare
dei suoi effetti. La loro idea è che, in generale, il riscaldamento
globale sarà lento ed il mondo troverà il tempo per scoprire la soluzione
ai problemi. Nuove incontrovertibili prove suggeriscono invece che questo
scenario è semplicemente sbagliato, e faremmo meglio ad essere pronti per
un’altra, più improvvisa possibilità.
La Rivista DISCOVERY
Uno dei primi dubbi sulla veridicità di quello che ci veniva detto
(specialmente qui negli USA) fu sollevato dalla rivista Discovery nel
Settembre 2002, il cui titolo di copertina annunciava: “La sorpresa del
riscaldamento globale, una nuova era glaciale”, mentre il sottotitolo
aggiungeva che “Gli oceanografi hanno scoperto un grande fiume d’acqua
dolce nell’Atlantico, formato dallo scioglimento dei ghiacci polari.
Avvertono che questo potrebbe presto seppellire la Corrente del Golfo,
facendo sprofondare il Nord America e l’Europa in inverni polari”. Questo
quasi due anni fa, e nessuno ha prestato ascolto. La vita continua,
incurante del terribile pericolo incombente.
L’INGHILTERRA & SIR DAVID KING
Poi, nel Gennaio 2004, è arrivato Sir David King, capo dei consulenti
scientifici del primo ministro inglese. Sir King è andato da Blair e gli
ha parlato del disastro che incombe su tutto il mondo, dicendogli che era
loro dovere dire a tutti cosa stava per accadere. Tony Blair disse a Sir
King di stare tranquillo e di non parlare. Ma Sir King sentiva che tutto
questo era semplicemente troppo importante per non parlarne, e così nello
stesso mese aggirò deliberatamente Blair e pubblicò un articolo sulla
rivista americana Science in cui comunicava tutte le sue informazioni e
preoccupazioni. Nel suo articolo Sir King afferma: “Dal mio punto di
vista, i cambiamenti climatici sono il problema più grave che dobbiamo
affrontare oggi, più grave della stessa minaccia del terrorismo”.
L’Inghilterra ha emesso una diffida nei confronti di Sir David King, ed
ora egli non può nemmeno parlare in pubblico dell’argomento senza il
rischio di essere arrestato.
AMERICA & PENTAGONO
Il mese successivo, Febbraio 2004, vede l’ingresso in scena del Pentagono,
il che ha indotto il mondo ad entrare in azione. Il Pentagono studia il
Riscaldamento Globale da molti anni, per via dei possibili problemi di
sicurezza nazionale associati al tipo di cambiamenti che potrebbero
prodursi nel mondo in seguito al Riscaldamento Globale. Uno studio
speciale fu condotto da uno dei dipartimenti del Pentagono, l’ Office of
Net Assessment (Ufficio Valutazioni Nette), diretto da Andrew W. Marshall,
83 anni, che ha la responsabilità di identificare i rischi a lungo termine
degli USA. Marshall, in collaborazione con l’organizzazione statunistense
Global Business Network, compilò le possibilità del Riscaldamento Globale
ed i loro effetti sulla sicurezza nazionale degli USA.

Lo studio fu completato nell’ottobre 2003 e consegnato al Pentagono, che
considerava la questione dal punto d vista del peggiore scenario
possibile. Il titolo è “Lo scenario di un improvviso cambiamento climatico
e le sue implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Il
testo andava ben al di là di quanto si aspettava la maggior parte degli
esperti del Pentagono. Rendendosi conto delle incredibili possibilità
delineate da questo studio, Marshall prese la decisione di rendere
pubblica la sua ricerca e altre informazioni a tutti gli americani. E,
probabilmente a causa della posizione del presidente Bush sul
Riscaldamento Globale - piuttosto negativa - decise di aggirare il
presidente, e pubblicò le sue informazioni e preoccupazioni sulla rivista
Fortune, il 9 febbraio 2004. Nel suo articolo, Marshall spiega come le
calotte polari che si stanno sciogliendo a nord e a sud, nonché i
ghiacciai di tutto il mondo, sono composti di acqua dolce, e questa è la
causa dell’imminente disastro climatico globale.

La Corrente del Golfo, che gli scienziati chiamano “convettore termoalino
nord atlantico”, è una corrente d’acqua calda proveniente da Sud
dell’Equatore, che scorre sulla superficie dell’oceano verso nord;
quest’acqua calda evita che il Nord America e l’Europa Occidentale e
Settentrionale si ghiaccino. Essa è anche responsabile dei modelli
climatici mondiali che conosciamo. Quando la Corrente del Golfo si
raffredda, scende al fondo dell’oceano e va verso sud, dove si riscalda
nuovamente e torna in superficie muovendosi ancora verso nord, in una
corrente convettiva continua. Così facendo, disegna un gigantesco ‘8′
tridimensionale.

Il motore che tiene in funzione questo flusso d’acqua calda si trova a
nord, dove la Corrente del Golfo scende al fondo dell’oceano. È la densità
salina dell’oceano che causa l’inabissamento di questo fiume, e che “tira
su” l’acqua calda dal sud. Ora che le calotte polari si stanno
sciogliendo, l’acqua dolce si sta riversando nell’Oceano Atlantico, la
densità salina sta diminuendo, e la Corrente del Golfo non va più molto a
fondo - il che risulta in un rallentamento di questa corrente. La Corrente
del Golfo ha rallentato notevolmente il suo corso negli ultimi dieci anni.
Con il rallentamento della Corrente del Golfo, il calore non raggiunge più
la regione nord atlantica, e i modelli climatici incominceranno a mutare,
poiché la loro stabilità dipende da quel calore.

I POLI SI SCIOLGONO
L’Amministrazione Bush

Nel corso dell’amministrazione Bush, quando vi sono stati dibattiti sullo
scioglimento dei ghiacci ai poli nord e sud, questo governo e le grandi
corporazioni hanno sostenuto concordemente che gli scienziati di tutto il
mondo sono in errore quando concludono che vi è un gran pericolo, e hanno
indotto il pubblico americano a credere che non esista alcun problema.
Tuttavia, è stato su George W. Bush che si sono concentrati gli attacchi
di Sir David King nel suo articolo su Science; i migliori scienziati del
mondo - almeno 1.700, raccolti nella Union of Concerned Scientists (Unione
degli Scienziati Preoccupati) - sostengono che, nel migliore dei casi,
Bush è male informato. Poiché il governo USA è responsabile del 25%
dell’inquinamento da anidride carbonica nel mondo (che crea il
Riscaldamento Globale), è assolutamente necessario discutere la politica
di Bush sul Riscaldamento Globale. Forse uno dei migliori articoli che
riassumono le posizioni di Bush è quello pubblicato dalla rivista
Rolling
Stone
il 19 Maggio 2004, a firma di Tim Dickinson. Riportiamo qui di
seguito, in corsivo, un brano tratto dal suo articolo.

Considerando l’imminenza della minaccia costituita dal Riscaldamento
Globale, ci si potrebbe aspettare che perfino l’amministrazione Bush
dichiari Guerra al Calore. Dopotutto, una delle promesse di Bush nella
campagna elettorale del 2000 fu quella di “stabilire obiettivi di
riduzione tassativi” per le emissioni di CO2, dichiarando che la questione
avrebbe avuto priorità assoluta. Tuttavia, una volta diventato presidente,
quella della riduzione delle emissioni di anidride carbonica è stata la
prima promessa non mantenuta da Bush - e da allora ce ne sono state molte
altre. Solo due mesi dopo essere entrata in carica, l’amministrazione si è
ritirata dal
Protocollo di Kyoto, il trattato globale che gli USA
firmarono nel 1997 per stabilire rigidi limiti alle emissioni dei gas
responsabili dell’effetto serra. Al suo posto, Bush istituì un piano di
‘emissioni volontarie’ che si è rivelato un fallimento totale: finora,
soltanto 14 compagnie hanno dichiarato di voler ridurre le loro emissioni
di CO2.

Il presidente trasformò inoltre il gruppo inter-agenzie che effettua il
monitoraggio dei cambiamenti climatici in un Dipartimento del Commercio -
affidandone la guida a Don Evans, ex amministratore di società petrolifere
e del gas. Predispose inoltre ulteriori ricerche climatiche, che
rimanderanno qualunque regolazione significativa per almeno altri dieci
anni. In un discorso nel Rose Garden, Bush ha dichiarato: “Non sappiamo
quanto potrà cambiare o cambierà il clima nel futuro”. Affermazioni del
genere hanno provocato la reazione di 20 premi Nobel, che in una lettera
aperta hanno accusato senza mezzi termini l’amministrazione di aver
“deliberatamente e cospicuamente inficiato” la comprensione pubblica del
ruolo umano nel riscaldamento globale. (Il consigliere scientifico di Bush
ha rifiutato di rilasciare un’intervista per quest’articolo)

Poi è arrivata la censura. Nel settembre 2002, la EPA, Environmental
Protection Agency (Agenzia di Protezione Ambientale)
ha reso pubblico un
rapporto sulla qualità dell’aria che - per la prima volta dal 1996 - non
comprendeva alcuna menzione del riscaldamento globale. Sette mesi dopo, la
Casa Bianca effettuò una completa revisione del capitolo sui cambiamenti
climatici del “Rapporto sull’Ambiente” dell’EPA, minimizzando l’influenza
umana, cancellando i riferimenti all’impatto del riscaldamento globale
sulla salute ed inserendo dati sul clima desunti da studi finanziati in
parte dall’ American Petroleum Institute. L’EPA rimosse poi il capitolo
alterato, riconoscendo in un memorandum interno che “non rappresenta più
in modo accurato il pensiero scientifico accettato sui cambiamenti
climatici”. Perfino alcuni repubblicani sono rimasti sbalorditi dal
pasticcio di Bush sulla faccenda dell’EPA. Russell Train, capo della
stessa agenzia nelle Amministrazioni Nixon e Ford, ha dichiarato: “Sembra
costantemente evidente che, con George W. Bush, l’EPA dovrebbe prendere
ordini tassativi dalla Casa Bianca in materia di regolazioni. Ai miei
tempi, non è mai successo.” Train, che ricevette da Bush padre una
Medaglia Presidenziale alla Libertà, definisce l’atteggiamento
dell’attuale amministrazione nei confronti del riscaldamento globale
“totalmente sbagliato” ed “irresponsabile”.

Bush può contare su alcuni repubblicani di spicco che, nel Congresso,
s’incaricano di bloccare ogni tentativo di ridurre le emissioni inquinanti
ed evitare il disastro. Il senatore James Inhofe, consigliere del
Environment and Public Works Committee (Commissione per l’Ambiente ed i
Lavori Pubblici), liquida il riscaldamento globale come una “bufala”. In
un discorso tenuto nel luglio scorso, Inhofe ha paragonato l’IPCC ai
Sovietici, tessendo le lodi di quello che ha definito ‘un mondo rafforzato
dall’anidride carbonica’, ed ha concluso così: “Ho la fervida speranza che
il Congresso respingerà i profeti di sventura che spacciano propaganda
mascherata da scienza, in nome della salvazione del pianeta da un disastro
catastrofico”.

Da un altro punto di vista, nello stesso articolo si legge un’affermazione
di Michael Oppenheimer, climatologo della
Princeton University:
“L’amministrazione Bush non ha un piano credibile, nazionale né
internazionale, in merito al problema del riscaldamento globale. Dicono di
non voler prendere una posizione sul riscaldamento globale perché - dicono
- ‘la scienza è incerta’. È una posizione indifendibile, perché la scienza
non è incerta.”

Lo Scioglimento del Polo Nord

Guardiamo i fatti. Due anni fa, per la prima volta nella storia a noi
nota, il Polo Nord si è completamente disciolto. Per la prima volta navi
militari e private hanno potuto navigare direttamente sul polo, poiché
c’era solo acqua. Di solito, in quell’area c’erano sempre stati almeno tre
metri di solido ghiaccio. Alcuni anni fa
Greenpeace annunciò che la
calotta polare perenne del Polo Nord era arretrata di circa 450 km, ma
nessuno ha ascoltato. Oggi, mentre scrivo quest’articolo, siamo testimoni
degli incendi in Alaska, che hanno consumato più di un milione di acri di
foresta. Fino ad oggi, quell’area era sempre stata coperta dalle piogge o
dalla neve. Anche questi incendi sono legati direttamente allo
scioglimento dei poli e alla Corrente del Golfo.

Ma alla fine il Pentagono ha dovuto - grazie ad Andrew Marshall -
ammettere la verità: hanno reso pubbliche foto satellitari che ritraggono
il Polo Nord nel 1970 e nel 2003, e che dimostrano come il 40% del Polo
Nord si è disciolto in soli 33 anni - ed ora lo scioglimento procede ad un
ritmo ancor più rapido. Il Pentagono ha provato che tutte quelle
dichiarazioni del governo sui poli che non si stavano sciogliendo erano
pure menzogne - più dannose di qualunque cosa la guerra di Bush all’Iraq
possa provocare agli Stati Uniti.

Lo Scioglimento del Polo Sud

Un paio d’anni fa la placca denominata ‘Larsen A’ si è staccata dalla
calotta del Polo Sud, con grande stupore di molti scienziati. All’epoca il
personale scientifico che conduceva gli studi su quest’evento affermò che
non si trattava di qualcosa di veramente rilevante, poiché questo lembo di
ghiaccio era stato parte del Polo Sud soltanto negli ultimi 10.000 anni.
Quegli stessi scienziati aggiunsero che invece la placca ‘Larsen B’, che
si trovava dietro ‘Larsen A’, non si sarebbe mai sciolta, in quanto era
rimasta lì per molte ere glaciali. E tuttavia l’anno scorso ‘Larsen B’ si
è staccata e ha preso il largo. Sempre loro affermarono che ci sarebbero
voluti sei mesi per sciogliere quell’immensa massa di ghiaccio, ma ancora
una volta erano in errore: sono bastati 35 giorni, e - cosa più importante
- il livello degli oceani in tutto il mondo è aumentato di circa 3 cm.

Ora che la placca ‘Larsen B’ non c’è più, resta esposta un’enorme massa di
ghiaccio detta ‘Placca di Ross’, e l’unica cosa che la tratteneva dallo
scivolare nell’oceano era proprio ‘Larsen B’. Secondo le mie fonti, nella
Placca di Ross si stanno producendo varie crepe. Se anche lei scivolerà
nell’oceano, si prevede che il livello degli oceani di tutto il mondo
crescerà dai 5 ai 7 metri. Questo, amici miei, cambierebbe il mondo: quasi
tutte le città costiere del mondo, molte isole e tutta l’Olanda sarebbero
sommerse. Forse ci vuole un evento di questo tipo per risvegliare il mondo
e prendere sul serio il Riscaldamento Globale.

NEL PASSATO
Anno 1300

Il Pentagono, nel suo studio su quello che sta accadendo nel nord
dell’Oceano Atlantico, ha condotto una ricerca sul passato, per vedere
quando si è verificato in precedenza questo rallentamento o arresto della
Corrente del Golfo, e cosa è successo nei cambiamenti climatici del mondo
a quei tempi. In realtà un tale rallentamento o arresto della corrente nel
Nord Atlantico è già successo centinaia di volte in passato, milioni
d’anni fa; ma nel passato recente, gli ultimi 10.000 anni, è successo
soltanto due volte. L’ultima volta è stato nell’anno 1300 d.C, e allora si
trattò di un semplice rallentamento - non si fermò. Gli scienziati
dibattono sul perché di quel rallentamento - non sanno veramente perché è
successo. I repentini cambiamenti climatici globali che seguirono non
tornarono alla normalità prima di 550 anni. Questo periodo di tempo della
nostra storia è denominato ‘Piccola Era Glaciale’ per via dello
sconvolgimento che determinò nel nostro clima e per il freddo intenso che
ne risultò.

Al Pentagono si sono resi conto che all’epoca della “Piccola Era Glaciale”
la costa est del Nord America divenne estremamente fredda, e le aree
centrali ed occidentali degli Stati Uniti divennero talmente secche e
aride da trasformare il “Midwest” americano in un’enorme piana polverosa,
mentre le foreste montane bruciavano - esattamente come sta accadendo
oggi. Poiché ai nostri giorni il rallentamento della Corrente del Golfo è
già in atto da più di 10 anni. Il clima cambiò radicalmente anche in
Europa durante questa “Piccola Era Glaciale”. Lo studio degli Indiani
Anasazi del 14° secolo d.C. è illuminante. A Chaco Canyon, nel Nuovo
Messico, gli Indiani Anasazi scomparvero completamente - e nessuno sa con
precisione dove andarono. Ma dallo studio sulle cause che indussero gli
Anasazi ad abbandonare l’area del Nuovo Messico è emerso qualcosa di
interessante: nel corso del 14° sec. d.C. l’area di Chaco Canyon fu
colpita da una siccità talmente terribile, da non ricevere una sola goccia
d’acqua per ben 47 anni! E una siccità di tale durata indurrebbe certo
chiunque ad abbandonare l’area in questione: niente acqua, niente vita.

Gli archeologi che presentarono questo studio non sapevano quale fu la
causa della siccità, ma se consideriamo che, nel periodo immediatamente
precedente, la Corrente del Golfo subiva un sensibile rallentamento, tutto
diventa chiaro. Questo è esattamente ciò che il Pentagono pensa che
succederà all’America, al Canada e all’Europa. Noi oggi crediamo che
l’attuale siccità dell’occidente degli USA avrà termine presto, ma la
storia della Terra e della Corrente del Golfo suggerisce invece che
potrebbe durare altri 40 anni prima che si possa tornare ad un certo
equilibrio.

8.200 Anni Fa

In realtà il rapporto del Pentagono induce a credere che la Corrente del
Golfo - per quello che ne sanno loro - stavolta non avrà un semplice
rallentamento, ma piuttosto si arresterà. L’ultima volta che questo è
successo è stato 8.200 anni fa. Sempre stando ai risultati della ricerca
del Pentagono, questo sarebbe uno scenario ben più drammatico. Quando,
8.200 anni fa, la Corrente del Golfo si fermò, in breve tempo l’Europa fu
ricoperta da circa 750 m di ghiaccio, mentre l’Inghilterra e New York si
ritrovarono con un clima simile a quello della Siberia oggi. Ne seguì una
vera e propria “Era Glaciale” che durò circa 100 anni - vedete perché il
Pentagono è preoccupato. Sia Andrew Marshall che Sir David King sostengono
che questo problema della Corrente del Golfo è, per la sicurezza nazionale
degli USA (e di altri Paesi), una minaccia più grave di quella
rappresentata da tutto il terrorismo mondiale messo insieme. Davvero, se
ci pensiamo, il terrorismo non è nulla, in confronto all’arresto della
Corrente del Golfo. Non si può neanche pensare di fare un paragone.

È evidente che, senza condizioni climatiche stabili, agricoltura e
allevamento diventano quasi impossibili; secondo il Pentagono, nel
prossimo futuro questo problema potrebbe divenire talmente serio che
potranno aver luogo guerre non per il petrolio o l’energia, ma per il cibo
e l’acqua. La minaccia maggiore per la sicurezza nazionale sarebbe
rappresentata - sempre secondo il rapporto del Pentagono - dall’enorme
flusso di immigrazione proveniente da quei Paesi come Finlandia, Svezia,
Danimarca, che finirebbero ricoperti dai ghiacci, ed andrebbero evacuati,
nonché da altre nazioni, che si spopolerebbero per altre ragioni. È per
questo che Andrew Marshall e Sir David King volevano che il mondo sapesse
la verità su quanto sta per succedere, in modo da potersi preparare per
l’inevitabile.

IL SENATO USA

Nel marzo 2004 il Senato USA, messo al corrente dello studio del
Pentagono, ha destinato fondi per 60 milioni di dollari alla ricerca sui
CAMBIAMENTI IMPROVVISI DEL CLIMA GLOBALE. Questo ci lascia un po’ di
speranza - che presto il Senato USA incomincerà a dire a tutto il mondo
quali cambiamenti climatici stanno per accadere.

LE NAZIONI UNITE

Il 29 Giugno 2004 si è concluso un incontro dell‘ONU per discutere cosa
fare a riguardo del Riscaldamento Globale e della Corrente del Golfo, cui
hanno partecipato 154 nazioni. Il risultato è stato che l’unica cosa su
cui sono riusciti a raggiungere un accordo è che bisogna eliminare l’uso
di petrolio e benzina al più presto possibile. C’è gente che crede che, se
continuiamo ad abbassare il livello delle emissioni di CO2, i problemi
potranno diminuire, ed è certamente importante fare tutto ciò che
possiamo. È altrettanto importante comprendere che vi sono correnti
oceaniche - diverse da quella nord atlantica - in ogni oceano; se tutte
quante subissero un rallentamento o un arresto, la Terra entrerebbe senza
alcun dubbio in una nuova Era Glaciale, e la Storia ci mostra che, se
questo accadrà, la nostra civiltà non tornerà ad un clima temperato prima
di circa 90.000 anni.

In realtà, indurre dei cambiamenti nelle correnti di tutto l’Oceano
Atlantico (cambiarle, o aumentarle) per riportarle alla ‘normalità’ è al
di là delle possibilità della razza umana e delle sue tecnologie. E’
troppo tardi - secondo le previsioni della maggioranza degli scienziati
mondiali - per cambiare il corso di ciò che ha già incominciato a
succedere. Tutto ciò che possiamo fare ora è prepararci allo shock - ed il
messaggio principale di Andrew Marshall e Sir David King è che la
preparazione è essenziale.

LA NASA SI PREPARA

Il 13 Luglio 2004 la NASA ha lanciato in orbita un satellite - il primo di
una serie di tre - il cui unico scopo è lo studio del Riscaldamento
Globale. Oltre a studiare lo strato di ozono - altro enorme problema
associato al Riscaldamento Globale - questo satellite effettuerà il
monitoraggio della temperatura e della densità salina degli oceani. Forse
riusciremo almeno a monitorare i rapidi cambiamenti e a predire ciò che
potrà succedere a breve termine.

ALCUNI CAMBIAMENTI CLIMATICI INUSUALI VERIFICATISI DA QUANDO LA CORRENTE
DEL GOLFO HA INIZIATO A RALLENTARE

Nel Marzo 2004 il mondo ha visto un grande uragano abbattersi sulla costa
del Brasile. In tutta la storia, a memoria d’uomo, non era mai accaduto
prima che un uragano si abbattesse sul Sud America continentale. Nel
Maggio 2004 gli USA hanno polverizzato ogni record di tornado in un solo
mese: se ne contarono 562. Di questi, alcuni a Seattle - dove non se
n’erano mai visti prima. L’inverno 2003/04 è stato uno dei più rigidi
della storia nel Canada orientale. Da parecchi anni gli incendi
distruggono le foreste di tutto il mondo - l’elenco sarebbe troppo lungo.
L’Australia settentrionale sta bruciando, come l’Alaska - cose senza
precedenti! Tutto l’ovest degli USA è in prede alle fiamme, che si
propagano di regione in regione, e il governo ha annunciato che questa è
la peggiore siccità degli ultimi 500 anni. In realtà tutto il mondo è in
fiamme.

L’Europa - in particolare la Francia - ha avuto nel 2004 un’ondata di
caldo che è costata la vita a 15.000 persone nella sola Francia, e 30.000
in tutta Europa; e tutto questo è dovuto semplicemente all’intenso calore
generato dal Riscaldamento Globale e dalla Corrente del Golfo. Nel Luglio
2004 l’Argentina è stata travolta dalla peggiore tempesta della sua
storia. Il clima in Messico è talmente strano che in alcune zone si sono
formati funghi e muffe sui raccolti - mentre in altre aree c’è siccità.
Nella misura in cui i cambiamenti climatici inizieranno a succedersi
rapidamente e radicalmente, la produzione di cibo diventerà il nostro più
grande problema.

Le barriere coralline del mondo stanno morendo a causa del Riscaldamento
Globale, e questo costituisce una seria minaccia per la maggior parte
delle isole negli oceani, tra cui quelle del Pacifico. Probabilmente tutti
coloro che vivono su un’isola dovranno presto abbandonarla, a causa
dell’acqua marina salata che inquinerà le riserve d’acqua dolce. Di sicuro
dovranno abbandonarle se il livello degli oceani salirà sensibilmente.
Oggi, 16 Luglio 2004, NPR dichiara che il 50% delle emissioni di CO2
immesse nell’atmosfera dalla nostra società tecnologica finisce negli
oceani, e questo determina una diminuzione del PH fino a valori acidi. Ciò
a sua volta concorre alla distruzione delle barriere coralline e alla
scomparsa di un gran numero di altre forme di vita negli oceani.

E questa è solo la punta dell’iceberg. Se volessimo fare veramente sul
serio e metterci a studiare tutte le bizzarrie del clima degli ultimi
dieci anni (a partire dal rallentamento della Corrente del Golfo)
incominceremmo a renderci conto per davvero dei radicali cambiamenti
climatici globali a cui dovremo adattarci - se vogliamo che l’umanità
continui a vivere sulla Terra.

IL MURO DI 13 METRI

Nel rapporto del Pentagono si raccomanda che gli Stati Uniti costruiscano
un muro dell’altezza di circa 13 metri intorno a tutto il Paese, per
tenere fuori coloro che vorrebbero immigrare, nel tentativo di sfuggire ai
problemi climatici mondiali. Il Pentagono ritiene che i problemi più
grossi saranno il cibo e l’acqua, e poiché gli USA hanno il denaro per
acquistare cibo, pensano che riusciremo a far fronte a questo specifico
problema più a lungo della maggior parte delle altre nazioni. La gente
vorrà venire qui semplicemente per avere qualcosa da mangiare. Se questo
vi sembra qualcosa che andrebbe bene per un film apocalittico, sappiate
che, di fatto, il governo degli USA ha già dato inizio alla costruzione di
un tale muro al confine con il Messico.

Nota: parlando di film, il recente ‘The Day After Tomorrow’ è basato sulle
informazioni relative all’arresto della Corrente del Golfo. A Hollywood
hanno talmente esagerato la portata distruttiva delle tempeste, che la
gente ha creduto che si trattasse di pura fantasia. Non è fantasia, sta
succedendo realmente, ma. succederà nel modo prefigurato dal film? Nel
film si vedono milioni da americani che scappano in Messico per sfuggire
al clima troppo freddo.

Due settimane fa ho parlato con un funzionario militare USA coinvolto
nella costruzione di questo muro di 13 metri. Durante la nostra
discussione sulla Corrente del Golfo, di cui lui non sapeva niente, ad un
certo punto ha detto: “Oh, ora capisco. Vedi, il muro è liscio ed
invalicabile dal lato messicano, ma dal lato statunitense presenta scale e
gradini che consentono di salirci su e passare in Messico. Non riuscivo a
capire perché il governo stesse facendo questo.”

IL CAMBIAMENTO DI FORMA DELLA CORRENTE DEL GOLFO

Nel suo rapporto, il Pentagono afferma che l’arresto della Corrente del
Golfo si verificherà probabilmente nell’arco di 3-5 anni a partire
dall’Ottobre 2003. Questa almeno è la loro opinione, ed essi stessi
ammettono che è solo una teoria. Ciò che ancora non sapevano - poiché era
qualcosa che stava succedendo all’epoca in cui pubblicavano il rapporto -
è che la Corrente del Golfo sta iniziando a cambiare forma. Questo è il
segnale dell’inizio del processo di arresto di questa corrente d’acqua
calda - e della fine della nostra civiltà, così come la conosciamo.

Queste informazioni provengono da due fonti, due famosi scienziati di fama
mondiale, che però in questa fase preferiscono mantenere l’anonimato. Se
questo è vero, allora tutti gli effetti ed i tempi di cui parla il
Pentagono nel suo rapporto vanno anticipati nel tempo, diciamo da 3 a 5
anni. Non so se questo è vero, ma poiché non bisogna nascondere nulla,
l’informazione è stata inclusa in questo articolo. Se riceverò le prove,
le pubblicherò.

DAL MIO CUORE AL VOSTRO

Nel venire a conoscenza di queste informazioni, non sapevo se avrei dovuto
scrivere o meno quest’articolo. Ma poiché credo nell’amore e nell’umanità,
alla fine ho compreso - come Sir David King ed Andrew Marshall - che
dovevo parlare, perché la conoscenza è potere. E quando arriva per tutti
noi il momento di prendere decisioni di vitale importanza, la mia
preghiera è che possiamo andare tutti in quel luogo interiore dove Dio
risiede ed ascolta il nostro Cuore. Se abbiamo fede in noi stessi e nella
presenza di una Guida Divina, sapremo tutti esattamente cosa fare e dove
essere.

Possa Dio benedirci tutti per ciò che verrà.

Autore: Drunvalo Melchisedek 

 

3)  2020 il gelo di Timothy Patterson

In questi giorni i politici e gli ambientalisti trasmettono l'impressione che gli studi sul cambiamento climatico siano un argomento estremamente noioso, sul quale resta molto poco da scoprire. Tutti, dall'ambientalista David Suzuki al politico statunitense Al Gore al primo ministro canadese Stephen Harper, ci assicurano che "la scienza è esatta". Durante l'ultimo incontro del G8, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha anche tentato di convincere gli altri grandi leader mondiali a immedesimarsi nei panni di ***, diminuendo le emissioni di anidride carbonica fino ad un livello che dovrebbe magicamente limitare l'aumento della temperatura ad un massimo di 2°. Il fatto che la scienza sia distante anni luce dal comprendere il clima globale non sembra preoccupare minimamente i nostri leader. Chiamando a testimoniare soltanto coloro che non mettono in dubbio la linea politica adottata a tal proposito, i parlamentari danno la colpa all'impossibile e costosissimo obiettivo di "fermare il cambiamento climatico globale". La dichiarazione dell'11 giugno del ministro federale del Canada Ralph Goodale, secondo il quale il Parlamento dovrebbe avere "un confronto valido su sequestro e cattura dell'anidride carbonica, che potrebbe davvero portare ad un miglioramento climatico, non solo in Canada ma in tutto il mondo", apparirebbe comica se lui, e l’attuale governo, non fossero estremamente seri riguardo al mettere a disposizione enormi risorse per questa crociata senza speranze. La stabilità climatica non è mai stata una caratteristica del pianeta Terra. L'unica costante propria del clima è il cambiamento; cambiamenti climatici continui, e, a volte, piuttosto rapidi. Spesso in passato, le temperature sono state molto più elevate di quelle attuali, e alcune volte, più fredde. Senza andare troppo indietro nel tempo, circa 6.000 anni fa la temperatura era più calda di 3° rispetto ad oggi. Diecimila anni fa, quando il pianeta stava uscendo dalla relativamente breve fase fredda detta "Dryas recente", la temperatura aumentò di 6° in dieci anni, 100 volte più veloce del riscaldamento di 0,6° del secolo passato che ha così preoccupato gli ambientalisti. Gli studi sui cambiamento climatico stanno ora per essere demoliti da nuove scoperte. Dal Protocollo di Kyoto del 1997, le ricerche si sono concentrate in questo campo più che in tutti gli anni precedenti e le scoperte che sono state fatte hanno fatto crollare tutte le convinzioni. Per esempio, i bravissimi scienziati con cui lavoro ed io continuiamo a trovare valide correlazioni tra le fluttuazioni regolari della luminosità solare e il clima terrestre. E per noi non è una sorpresa. Il sole e le altre stelle rappresentano la principale fonte di energia della Terra. Il mio interesse nel dibattito sul cambiamento climatico ha avuto inizio nel 1998, quando mi sono stati affidati i fondi del progetto del Consiglio di ricerca canadese in Scienze naturali e Ingegneria per determinare l'esistenza di cicli regolari nella produttività ittica della costa Occidentale. Come risultato di un'ampia oscillazione nella popolazione di acciughe, aringhe e altre specie importanti in quella zona, le industrie della pesca stanno avendo serie difficoltà nello stabilire le quote per la pesca. Una stagione sono abbondanti e quella successiva crollano. Nessuno è in grado di predire lo stato futuro di questa risorsa fondamentale. Nonostante i dubbi riguardo all'importanza del ruolo giocato dal clima nella produttività marina, in questa regione del nord-est del Pacifico i dati relativi alla pesca e alle temperature hanno iniziato ad essere registrati solamente dall'inizio del ventesimo secolo. Per migliaia di anni abbiamo avuto bisogno di indici della produttività ittica per osservare i cicli ricorrenti delle popolazioni marine e stabilire quali erano i fenomeni che condizionavano i cambiamenti. La mia squadra di ricerca ha iniziato a raccogliere campioni dal fondo dei fiordi del Canada occidentale. Le regioni che abbiamo scelto per la nostra ricerca, l’insenatura di Effingham sulla costa occidentale dell'isola di Vancouver, e nel 2001 gli stretti bracci di mare dell'insenatura di Belize-Seymour sulla costa occidentale della British Columbia, erano perfette per questo tipo di lavoro. La topografia di questi fiordi è tale da presentare profondi bacini soggetti a pochi trasferimenti di acque dall'oceano, quindi l'acqua vicina al fondo è relativamente stagnante e contiene poco ossigeno. Di conseguenza, i fondali di questi bacini sono prevalente privi di forme di vita e gli strati sedimentari si sono formati anno dopo anno, indisturbati per millenni. Utilizzando varie tecniche di carotaggio, siamo stati in grado di raccogliere i fanghi che si trovano in questi bacini da più di 5.000 anni, con gli strati più vecchi provenienti da una profondità 11 metri sotto al fondale del fiordo. Nei nostri campioni sono chiaramente visibili i cambiamenti annuali che registrano le diverse stagioni: in corrispondenza delle fredde, piovose stagioni invernali, vediamo strati scuri composti in prevalenza da terriccio eroso dalla costa dèi fiordi; nei caldi mesi estivi vediamo abbondanti fossili di squame di pesci e diatomee (la più comune forma di fitoplan-cton, o piante oceaniche monocellulari) che sono arrivate sul fondo del fiordo dalla superficie dell'acqua ricca di nutrienti. Negli anni in cui le estati calde hanno dominato il clima della regione, vediamo chiaramente che gli strati di diatomee e squame sono molto più spessi che negli anni più freddi. La nostra è una delle registrazioni climatiche qualitativamente migliori disponibili oggi e in essa troviamo l'ovvia conferma della pericolosità del cambiamento climatico. Per esempio, in una porzione di registrazione risalente a 4.400 anni fa, soltanto nell'arco di due stagioni, il clima passa da una condizione di caldo e secco ad una di freddo e piogge che dura per vari decenni. Utilizzando i computer per portare avanti la cosiddetta "analisi delle serie temporali" sulla colorazione e lo spessore degli strati annuali, abbiamo scoperto cicli ripetuti nella produttività marina in una regione che è più grande dell'Europa.

E in particolar modo abbiamo trovato un ciclo della durata di 11 anni in tutte le registrazioni dei resti di sedimenti e diatomee. Questo si collega al famoso ciclo di 11 anni delle macchie solari "Schwabe", durante il quale l'energia solare varia dello 0,01%. Le macchie solari, le violente tempeste sulla superficie del sole, hanno l'effetto di aumentare l'energia solare, quindi, contando le macchie visibili sulla superficie della nostra stella, abbiamo una misurazione indiretta della variazione della luminosità. Queste misurazioni sono state fatte per anni e corrispondono ai cambiamenti che abbiamo osservato nella produttività marina. Nei rilevamenti di sedimenti, diatomee e squame di pesci, vediamo anche cicli periodici più lunghi, tutti strettamente connessi alle altre famose variazioni regolari del sole. In particolare, osserviamo cicli di produttività marina che corrispondono al ciclo solare di "Gleissberg" della durata di 75-90 anni, il ciclo "Suess" di 200-500 anni e il ciclo "Bond" di 1.100-1.500 anni. L'intensità di questi cicli varia nel tempo, comparendo e scomparendo nei millenni. La variazione della luminosità del sole durante questi lunghi cicli può essere più forte rispetto a quella registrata durante il ciclo di Schwabe e il loro impatto sulla produttività marina è ancora più significativo. Ma non siamo i soli ad aver trovato una connessione diretta tra le variazioni di luminosità del sole e gli indici climatici terrestri (chiamati proxy). Centinaia di altri studi, che usano come proxy gli anelli degli alberi della penisola russa di Kola e i livelli delle acque del Nilo, mostrano esattamente la stessa cosa: il sole condiziona il cambiamento climatico. Esiste però un problema. Nonostante la chiara e ripetuta correlazione, le variazioni rilevate nell'energia solare non sono state di per sé sufficienti per causare i cambiamenti climatici che abbiamo osservato nei nostri proxy. Inoltre, anche se il sole è più luminoso adesso che in qualunque momento degli ultimi 8.000 anni, non sembra che l'aumento delle emissioni solari da solo possa aver causato il modesto innalzamento della temperatura del secolo passato. Ci dev'essere stato una sorta di amplificatore che ha permesso al sole di influenzare il cambiamento climatico. Che è in realtà quello che abbiamo scoperto. A partire dal 2002, in una serie di innovativi documenti scientifici, Veizer, Shaviv, Carsiaw e più recentemente Svensmark ed altri scienziati hanno dimostrato che al variare dell'energia solare, e con essa il vento solare che protegge là nostra stella, quantità variabili di raggi cosmici galattici provenienti dallo spazio profondo sono in grado di entrare nel nostro sistema solare e penetrare l'atmosfera terrestre. Questi raggi cosmici aumentano la formazione delle nuvole, che hanno un effetto di raffreddamento sul pianeta. Quando l'emissione di energia solare è più intensa, non solo la Terra si scalda a causa del riscaldamento diretto del sole, ma il vento solare più forte generato da questi periodi di "sole intenso" impedisce a molti di questi raggi cosmici di penetrare nella nostra atmosfera. La copertura di nuvole diminuisce e la Terra si riscalda ancora di più. Quando il sole è meno luminoso succede il contrario. Più raggi cosmici riescono ad entrare nell'atmosfera terrestre, più nuvole si formano e il pianeta si raffredda più di quanto non farebbe per il solo effetto solare diretto. Questo è esattamente quello che è accaduto dalla metà del diciassettesimo secolo fino all'inizio del diciottesimo, quando l'energia solare entrata nell'atmosfera terrestre era al minimo, come indicato dal numero delle macchie solari, e il pianeta stava vivendo quella che viene chiamata Piccola Era Glaciale. Queste nuove scoperte suggeriscono che i cambiamenti nelle emissioni solari hanno provocato il recente cambiamento climatico. Se confrontato, l'aumento dell'anidride carbonica mostra una minore connessione col cambiamento climatico su lungo, medio e breve periodo. In alcuni campi la scienza può davvero definirsi "esatta". Per esempio, i piani tettonici, un tempo oggetto di controversia, sono stati così ben dimostrati che raramente vediamo comparire nuovi documenti al riguardo. Ma la scienza del cambiamento climatico globale è ancora ai primi passi, con migliaia di documenti pubblicati ogni anno. In un'inchiesta condotta nel 2003 dai ricercatori ambientali tedeschi Tennis Bray e Hans von Storch, due terzi dei più di 530 scienziati climatici dei 27 stati oggetto dell'indagine non credevano che "l’attuale stato della conoscenza scientifica fosse abbastanza sviluppato da permettere una stima ragionevole degli effetti dei gas serra". Circa la metà degli intervistati hanno dichiarato che la scienza che si occupa del cambiamento climatico non è abbastanza esatta perché l'argomento possa passare nelle mani di politici e legislatori. Gli scienziati solari hanno previsto che, nel 2020, il sole entrerà nel suo ciclo solare Schwabe più debole degli ultimi due secoli, portando probabilmente ad un'insolita condizione di raffreddamento per la Terra. L'attuale priorità dei governi dovrebbe essere quella di iniziare a programmare un piano di adattamento a questo periodo freddo, che potrebbe durare ben oltre 11 anni, com'è stato per la Piccola Era Glaciale. Quindi è il raffreddamento globale, e non il riscaldamento, a rappresentare la maggior minaccia per il mondo, e soprattutto per il Canada. Essendo un paese al limite della zona settentrionale in cui è ancora possibile praticare l'agricoltura, basterebbe un piccolo raffreddamento per distruggere la maggior parte dei raccolti, mentre il riscaldamento richiederebbe semplicemente l'adozione di tecniche agricole già utilizzate dai paesi che si trovano più a sud. Nel frattempo, dobbiamo continuare a fare ricerche in questo che è il campo più complesso mai affrontato dalla scienza, e interrompere immediatamente l'inutile e dispendiosa lotta contro i mulini a vento rappresentata dall'obiettivo di "fermare il cambiamento climatico".

Gli articoli sul clima da internet

1) Glaciazione

L’acqua dell’Atlantico è sempre più fredda: l’effetto serra provocato dai gas di scarico del mondo industrializzato rischia di provocare una nuova glaciazione, sul modello di quella che investì l’Europa Occidentale migliaia di anni fa, con terribili conseguenze che si estenderebbero fino all’area mediterranea.È la conclusione di una serie di studi condotti in università americane, olandesi e britanniche e pubblicati dalla rivista “New Scientist”. Il freddo polare sarebbe paradossalmente il risultato diretto del surriscaldamento provocato dall’anidride carbonica e dai clorofluorocarburi. Le prime avvisaglie del processo sono già riscontrabili. Secondo questa teoria, infatti, l’aumento della temperatura nell’atmosfera ingenerebbe un fenomeno di lento ma progressivo, inarrestabile e sempre crescente, scioglimento della calotta polare e dei ghiacciai antartici.     

Nell’Emisfero Nord questo scatenerebbe una serie di paurosi effetti a catena: l’incommensurabile quantità d’acqua gelata e dolce che entrerebbe nell’Oceano raffredderebbe la Corrente del Golfo, alla quale paesi come l’Islanda, la Penisola Scandinava, l’Irlanda e la Scozia devono tanta parte della loro abitabilità. Il clima di tutta l’Europa Occidentale diverrebbe bruscamente più freddo, e l’Italia non sarebbe certo risparmiata grazie alla protezione della catena alpina. Nell’emisfero australe, dove le conseguenze dell’effetto serra sono più evidenti, i lembi della coltre di giaccio antartica hanno preso già a scivolare in mare ad una velocità imprevista.Per l’esattezza, sottolinea uno studio dell’Università di Cambridge, tre volte maggiore di quella di dieci anni fa: 50 metri all’anno. Sicuramente una velocità che non permette al giaccio, stando a quanto afferma Eric Rignot della Nasa, di essere rimpiazzato dalle nuove precipitazioni. Nel 2002, ad esempio, crollò un intero fronte di 3.000 chilometri quadrati, la placca Larsen-B, alla quale si appoggiavano letteralmente tutti gli strati immediatamente contigui. Da quel giorno, lo slittamento è stato peggio che inarrestabile.     

Nell’Atlantico settentrionale, la degenerazione è meno evidente, ma forse più preoccupante per la maggiore densità di popolazione delle aree interessate. Uno studio del Centro Oceanografico di Southampton, nel Regno Unito, ha dimostrato che la circolazione di acqua calda trasportata dalla Corrente del Golfo verso le coste dell’Europa Occidentale è crollata del 30%. “Non sappiamo dire se si vada verso un blocco totale”, ha detto il coordinatore della ricerca, Harry Briden, “ma sono risultanze che ci rendono decisamente nervosi”.Il nervosismo degli scienziati è giustificato anche dai precedenti storici, analizzati sulla scorta di ipotesi che gli ultimi studi stanno via via confermando. L’ultima grande glaciazione che 8.500 anni fa ridusse l’Europa Occidentale ad una sterminata prateria di neve, scrive ancora il “New Scientist”, venne scatenata da un fenomeno assimilabile allo scioglimento della calotta polare. Usando al computer due diversi programmi di proiezione, studiosi del Bryn Mawr College in Pennsylvania e del Nasa Goddard Institute for Space Studie di New York hanno raggiunto la stessa conclusione. A provocare la tremenda glaciazione che per 300 anni attanagliò l’Europa fu il crollo di una barriera di ghiaccio che liberò milioni di metri cubi d’acqua fredda e dolce nell’Atlantico.     

Il cataclisma ebbe luogo dove oggi si trova il Canada, in un punto in cui il ritiro dei ghiacciai avvenuto nel 9.000 avanti Cristo aveva portato alla formazione di due enormi laghi, ben più grandi dei Grandi Laghi di oggi, il cui accesso al mare era impedito da una barriera di ghiaccio all’altezza della Baia di Hudson. Quando questa cedette, una quantità colossale di acqua si riversò nell’Oceano. Oltre ad abbassarne la temperatura, questo enorme fiume interno alle correnti oceaniche ne alterò la salinità, distruggendo il movimento circolatorio che permetteva alle acque calde del Golfo del Messico di risalire verso l’Europa ed a quelle ormai fredde di scorrere verso sud.

“La temperatura delle acque scese, all’improvviso, di almeno cinque gradi, raggiungendo lo zero”, concludono A.P. Wiersma e H. Renssen, della facoltà di biologia dell’Università di Amsterdam. L’Italia venne investita dall’ondata di gelo, anche se la lontananza dall’Oceano e la vicinanza con l’Africa stemperò gli effetti della glaciazione.Lo scioglimento attuale della calotta polare non avrebbe conseguenze così brusche, ma forse più profonde. Le ricerche pubblicate dalle riviste specializzate “Proceedings of the National Academy of Sciences” e “Quaternary Science Review”, riferisce New Scientist, “dimostrano come un afflusso di acqua dolce di questo tipo possa bloccare la circolazione interoceanica delle correnti in linea con i dati climatici a disposizione”.     

Conclude la pubblicazione americana: “Non sono pochi gli scienziati che suggeriscono come il surriscaldamento delle temperature terrestri e lo scioglimento dei ghiacci possa abbassare ancora oggi la salinità dell’Oceano fino a provocare la distruzione delle correnti”. Quando potrebbe avvenire tutto questo? Secondo Renssen, forse già entro il 2020. Questa notizia è stata divulgata dall’agenzia “AGI” in data 11 gen. 2006

di Alessio Mannucci

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2) La circolazione oceanica


30.06.2006
Correnti oceaniche sconvolte dalle acque dolci
La prova nei sedimenti dell’Atlantico settentrionale

La circolazione oceanica potrebbe subire alterazioni più profonde del previsto a causa del riscaldamento globale. In un articolo pubblicato sul numero odierno di “Science”, alcuni ricercatori dell’Università dell’East Anglia e dell’Università di Cardiff hanno studiato – esaminando campioni di sedimenti tratti dai fondali dell’Atlantico settentrionale – le connessioni fra l’imponente rilascio di acqua dolce dai laghi glaciali del Nord America al termine della glaciazione di Würm, le modificazioni della circolazione oceanica e il successivo drastico raffreddamento di alcune regioni avvenuto circa 8200 anni fa.
“Il sedimento – ha detto Christopher Ellison dell’Università dell’East Anglia – include una grande varietà di resti di foraminiferi nei cui gusci restano registrate le condizioni climatiche dell’epoca in cui vivevano. Abbiamo analizzato l’abbondanza relativa delle diverse specie e il chimismo dei gusci; abbiamo anche analizzato la grana dei sedimenti per inferirne la velocità delle correnti oceaniche e la forza della circolazione oceanica.”
“I dati mostrano uno schema sequenziale di apporto d’acqua dolce e raffreddamento della superficie del Nord Atlantico settentrionale, associato a cambiamenti nelle correnti profonde, tutti fattori importanti nella determinazione del clima nell’emisfero settentrionale.”
          

 

 

 

 

 

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3) EFFETTO SERRA

L’effetto serra è un fenomeno senza il quale la vita come la conosciamo adesso non sarebbe possibile. Questo processo consiste in un riscaldamento del pianeta per effetto dell’azione dei cosiddetti gas serra, composti presenti nell’aria a concentrazioni relativamente basse (anidride carbonica, vapor acqueo, metano, ecc.). I gas serra permettono alle radiazioni solari di passare attraverso l’atmosfera mentre ostacolano il passaggio verso lo spazio di parte delle radiazioni infrarosse provenienti dalla superficie della Terra e dalla bassa atmosfera (il calore riemesso); in pratica si comportano come i vetri di una serra e favoriscono la regolazione ed il mantenimento della temperatura terrestre ai valori odierni.
Questo processo è sempre avvenuto naturalmente e fa sì che la temperatura della Terra sia circa 33°C più calda di quanto lo sarebbe senza la presenza di questi gas.

Ora, comunque, si ritiene che il clima della Terra sia destinato a cambiare perché le attività umane stanno alterando la composizione chimica dell’atmosfera. Le enormi emissioni antropogeniche di gas serra stanno causando un aumento della temperatura terrestre determinando, di conseguenza, dei profondi mutamenti a carico del clima sia a livello planetario che locale. Prima della Rivoluzione Industriale, l’uomo rilasciava ben pochi gas in atmosfera, ma ora la crescita della popolazione, l’utilizzo dei combustibili fossili e la deforestazione contribuiscono non poco al cambiamento nella composizione atmosferica.
Il Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) ritiene che la temperatura media del pianeta sia aumentata di circa 0,6°C dal 1861. Inoltre, sulla base delle tendenze attuali di emissione dei gas serra, vi è la stima di un ulteriore aumento della temperatura terrestre tra 1,4 e 5,8°C nel periodo fra il 1990 e il 2100. Il conseguente cambiamento climatico comporterà delle implicazioni estremamente significative a carico della salute dell’uomo e dell’integrità dell’ambiente. Il clima infatti influenza fortemente l’agricoltura, la disponibilità delle acque, la biodiversità, la richiesta dell’energia (ad esempio per il riscaldamento o il raffreddamento) e la stessa economia.

Questo grafico rappresenta la variazione delle temperature medie annuali superficiali nel corso degli anni 1880-2001. La linea dello zero rappresenta la media di tutte le temperature, mentre le barre rosse e blu indicano gli scostamenti da tale media.
Come si può vedere, c’è un chiaro trend di crescita.
Le temperature riferite alle terre emerse presentano degli scostamenti maggiori di quelle degli oceani perchè le terre si riscaldano e si raffreddano più velocemente delle acque.

Il progresso che si farà nella riduzione delle emissioni dei gas serra nell’immediato futuro determinerà il livello di riscaldamento globale a cui dovranno andare incontro le generazioni che verranno. L’approccio dovrà essere necessariamente coordinato, infatti i progressi fatti con la riduzione delle emissioni in un determinato settore possono essere facilmente compromessi dall’aumento delle emissioni in un altro. In ogni caso le azioni intraprese finora a livello internazionale e locale non sono confortanti e la situazione continua a peggiorare.

Funzionamento

Le radiazioni provenienti dal sole non raggiungono la superficie terrestre nella loro totalità: nella misura del 25% vengono assorbite dal pulviscolo, dal vapor acqueo, dall’ozono e da molti altri gas presenti nell’atmosfera, mentre per il 30% vengono invece riflesse nello spazio dal pulviscolo atmosferico, dalle nuvole e dalla superficie terrestre.
La frazione della radiazione solare totale che viene riflessa da un corpo qualsiasi viene anche definita albedo. L’albedo può essere espressa sia come percentuale che come frazione unitaria. Le aree ricoperte di neve hanno un valore elevato di albedo (circa 0,9 cioè il 90%) a causa del colore bianco, mentre la vegetazione ha un valore molto basso (circa il 10%) a causa del colore scuro e dell’assorbimento della luce ad opera della fotosintesi.

L’albedo globale terrestre, come già accennato, è circa 0,3.
La radiazione solare rimanente viene assorbita dai materiali e dagli organismi presenti sulla superficie terrestre.
L’energia ricevuta complessivamente dalla superficie terrestre e dalla troposfera viene poi riemessa sottoforma di energia termica come raggi infrarossi. Alcune sostanze presenti in atmosfera (i gas serra) assorbono gran parte di questa radiazione per poi reirradiarla in tutte le direzioni. Circa il 6% di questa energia si perde nello spazio, parte viene riassorbita nuovamente dai composti atmosferici, mentre la quantità maggiore dell’energia viene reirradiata verso la terra, riscaldandola.
I gas serra agiscono così come i vetri di una serra: fanno passare la luce solare e trattengono il calore. Il tutto comporta che la temperatura media della Terra sia di 15°C circa, un valore notevolmente più alto di quanto non sarebbe in assenza di questi gas (-18°C).

Rappresentazione schematica dell’effetto

I gas serra sono i gas atmosferici che assorbono la radiazione infrarossa e che per questo causano l’effetto serra. I gas serra naturali comprendono il vapor d’aqua, l’anidride carbonica, il metano, l’ossido nitrico e l’ozono. Certe attività dell’uomo, comunque, aumentano il livello di tutti questi gas e liberano nell’aria altri gas serra di origine esclusivamente antropogenica.
Il vapor d’acqua è presente in atmosfera in seguito all’evaporazione da tutte le fonti idriche (mari, fiumi, laghi, ecc.) e come prodotto delle varie combustioni. L’anidride carbonica è rilasciata in atmosfera soprattutto quando vengono bruciati rifiuti solidi, combustibili fossili (olio, benzina, gas naturale e carbone,), legno e prodotti derivati dal legno.

Il metano viene emesso durante la produzione ed il trasporto di carbone, del gas naturale e dell’olio minerale.

Grandi emissioni di metano avvengono anche in seguito alla decomposizione della materia organica nelle discariche ed alla normale attività biologica degli organismi superiori (soprattutto ad opera dei quasi 2 miliardi di bovini presenti sulla terra).
L’ossido nitroso è emesso durante le attività agricole ed industriali, come del resto nel corso della combustione dei rifiuti e dei combustibili fossili.
Gas serra estremamente attivi sono i gas non presenti normalmente in natura, ma generati da diversi processi industriali, come gli idrofluorocarburi (HFC), i perfluorocarburi (PFC) e l’esafluoruro di zolfo (SF6 ).

La presenza nel tempo di un gas in atmosfera è anche detta vita media atmosferica e rappresenta l’approssimativo ammontare di tempo che ci vorrebbe perché l’incremento della concentrazione di un inquinante dovuto all’attività umana scompaia e si ritorni ad un livello naturale (o perché l’inquinante è stato convertito in un’altra sostanza chimica, oppure perché è stato catturato da un deposito naturale). Questo tempo dipende dalle sorgenti dell’inquinante, dai depositi e dalla reattività della sostanza. La vita media dei gas serra può variare da 12 anni (metano e HCFC-22), a 50 anni (CFC-11), a circa un secolo (CO2), a 120 anni (N2O) ed anche a migliaia di anni (50000 per il CF4).

Per meglio definire l’apporto che ogni determinato gas serra fornisce al fenomeno del riscaldamento globale, si è concepito il potenziale di riscaldamento globale (Global Warming Potential, GWP). Questo valore rappresenta il rapporto fra il riscaldamento globale causato in un determinato periodo di tempo (di solito 100 anni) da una particolare sostanza ed il riscaldamento provocato dal biossido di carbonio nella stessa quantità. Così, definendo il GWP della CO2 pari a 1, il metano ha GWP pari a 21, il CFC-12 ha un GWP di 8500, mentre il CFC-11 ha un GWP di 5000. Vari HCFC e HFC hanno un GWP varabile fra 93 e 12100. L’esafluoruro di zolfo è un gas serra estremamente potente e ha un GWP pari a 23900, il che vuol dire che una tonnellata di SF6 provoca un aumento dell’effetto serra pari a quello causato da 23900 tonnellate di CO2.

Una misura metrica utilizzata per comparare le emissioni dei vari gas serra sulla base del loro potenziale di riscaldamento globale sono gli equivalenti di biossido di carbonio (carbon dioxide equivalent, CDE). Sono comunemente espressi in “milioni di tonnellate di anidride carbonica” (million metric tons of carbon dioxide equivalents, MMTCDE). Gli equivalenti di biossido di carbonio di un determinato gas si ricavano moltiplicando le tonnellate di gas emesso per il corrispettivo GWP.
MMTCDE = (milioni di tonnellate di gas serra)x(GWP del gas)
Spesso la stima delle emissioni dei gas serra viene anche presentata in milioni di tonnellate di carbonio equivalente (MMTCE). La formula per ottenere gli equivalenti di carbonio è:
MMTCE = (milioni di tonnellate di gas)x(GWP del gas)x(12/44)

Dall’inizio della Rivoluzione Industriale, la concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica è aumentata del 30% circa, la concentrazione del gas metano è più che raddoppiata e la concentrazione dell’ossido nitroso (N2O) è cresciuta del 15%. Inoltre dati recenti indicano che le velocità di crescita delle concentrazioni di questi gas, anche se erano basse durante i primi anni ’90, ora sono comparabili a quelle particolarmente alte registrate negli anni ’80.
Nei Paesi più sviluppati, i combustibili fossili utilizzati per le auto e i camion, per il riscaldamento negli edifici e per l’alimentazione delle numerose centrali energetiche sono responsabili in misura del 95% delle emissioni dell’anidride carbonica, del 20% di quelle del metano e del 15% per quanto riguarda l’ossido nitroso (o protossido di azoto).
L’aumento dello sfruttamento agricolo, le varie produzioni industriali e le attività minerarie contribuiscono ulteriormente per una buona fetta alle emissioni in atmosfera. Anche la deforestazione contribuisce ad aumentare la concentrazione di anidride carbonica nell’aria, infatti le piante sono in grado di ridurre la presenza della CO2 nell’aria attraverso l’organicazione mediante il processo fotosintetico. Il danno è ancora più evidente se si pensa che nel corso degli incendi intenzionali che colpiscono ogni anno le foreste tropicali viene emessa una quantità totale di anidride carbonica paragonabile a quella delle emissioni dell’intera Europa. Da notare che la respirazione dei vegetali e la decomposizione della materia organica rilasciano una quantità di CO2 nell’aria 10 volte superiore a quella rilasciata dalle attività umane; queste emissioni sono state comunque bilanciate nel corso dei secoli fino alla Rivoluzione Industriale tramite la fotosintesi e l’assorbimento operato dagli oceani.

Se le emissioni globali di CO2 fossero mantenute come in questi ultimi anni, le concentrazioni atmosferiche raggiungerebbero i 500 ppm per la fine di questo secolo, un valore che è quasi il doppio di quello pre-industriale (280 ppm). Il problema viene ulteriormente complicato dal fatto che molti gas serra possono rimanere nell’atmosfera anche per decine o centinaia di anni, così il loro effetto può protrarsi anche per lungo tempo.

Il Protocollo di Kyoto impegna i Paesi industrializzati e quelli ad economia in transizione (i Paesi dell’est europeo) a ridurre complessivamente del 5% rispetto al 1990 e nel periodo 2008–2012 le principali emissioni antropogeniche dei gas capaci di alterare il naturale effetto serra (questi Stati sono attualmente responsabili di oltre il 70% delle emissioni). I sei gas serra presi in considerazione sono: l’anidride carbonica, il metano, il protossido di azoto (N2O), gli idrofluorocarburi (HFC), i perfluorocarburi (PFC) e l’esafluoruro di zolfo (SF6). Il vapor d’acqua non è stato considerato in quanto le emissioni di origine antropogenica sono estremamente piccole se paragonate a quelle enormi di origine naturale.
Per i Paesi in via di sviluppo il Protocollo di Kyoto non prevede alcun obiettivo di riduzione. In queste regioni la crescita delle emissioni di anidride carbonica e degli altri gas serra sta avvenendo ad un ritmo che è circa triplo (+25% nel periodo 1990-1995) di quello dei Paesi sviluppati (+8% nello stesso periodo).
La stima delle future emissioni diventa così estremamente difficile perché dipende dai vari trend demografici, economici, tecnologici e dagli sviluppi politici ed istituzionali di tutti i paesi del pianeta. In ogni caso, senza delle misure più restrittive volte alla limitazione delle emissioni, la concentrazione atmosferica dei gas serra continuerà ad aumentare fino a provocare dei danni climatici impensabili.

Il clima del nostro pianeta è dinamico e si sta ancora modificando da quando la Terra si è formata. Le fluttuazioni periodiche nella temperatura e nelle modalità di precipitazione sono conseguenze naturali di questa variabilità. Vi sono comunque delle evidenze scientifiche che fanno presupporre che i cambiamenti attuali del clima terrestre stiano eccedendo quelli che ci si potrebbe aspettare a seguito di cause naturali.
L’aumento della concentrazione dei gas serra in atmosfera sta causando un corrispondente incremento della temperatura globale della Terra. Le rilevazioni effettuate hanno dimostrato che negli ultimi 15 anni del XX° secolo vi sono stati i 10 anni più caldi di tutto il periodo; il 1998 è stato l’anno più caldo in assoluto. Inoltre si ritiene che la temperatura media globale superficiale possa aumentare di 0,6-2,5°C nei prossimi 15 anni e di 1,4-5,8°C nel secolo in corso, pur con significative variazioni regionali.
Al momento, l’incremento risulta maggiore per quanto riguarda le temperature minime che stanno aumentando ad una velocità che è doppia di quelle massime. Il riscaldamento è maggiore nelle aree urbane sia a causa dei cambiamenti che si sono verificati nelle coperture dei terreni che per il consumo di energia che avviene nelle aree densamente sviluppate (fenomeno conosciuto come “isole di calore”).

Nella figura sono rappresentate graficamente le variazioni previste per la metà di questo secolo nelle temperature medie annuali. Le variazioni sono ipotizzate sulla base dei valori di temperatura odierni nel caso in cui vi sia un aumento totale nelle concentrazioni atmosferiche dei gas serra equivalente ad un aumento annuo di anidride carbonica dell’1%.
Fonte: Hadley Centre for Climate Prediction and Research.

L’aumento delle temperature comporta degli inevitabili effetti a livello meteorologico. Con l’incremento della temperatura vi è un conseguente aumento dell’evaporazione, per cui si ritiene che, a livello globale, l’inasprimento dell’effetto serra porterà ad una crescita delle precipitazioni e ad una maggiore frequenza delle tempeste di forte intensità.

I calcoli sui cambiamenti climatici in aree specifiche sono molto meno affidabili di quelli globali e, di conseguenza, non è chiara la variazione che avranno i climi regionali. Si ritiene, comunque, che per il maggior calore vi sarà una riduzione dell’umidità in varie regioni delle zone tropicali che andranno incontro a frequenti siccità.
Un’ipotesi interessante è stata formulata a proposito delle future condizioni climatiche dell’Europa. Alcuni ricercatori ritengono che lo scioglimento dei ghiacci artici provocato dal riscaldamento globale provocherà un potenziamento delle correnti oceaniche provenienti dall’Artico. Queste causeranno la deviazione della Corrente del Golfo del Messico che attualmente lambisce le coste dell’Europa Occidentale. Per capire l’effetto che ha questa corrente sul clima europeo basta fare questa considerazione: a Dicembre in Normandia (Francia) la temperatura si aggira attorno allo 0 centigrado; in Canada, alle stesse latitudini si raggiungono spesso i –30°C. Il venir meno dell’effetto riscaldante della Corrente del Golfo potrebbe così paradossalmente condurre l’Europa verso una nuova glaciazione, in un periodo in cui la maggior parte della Terra va incontro ad un riscaldamento.

In ogni caso si è scoperto che, mentre la maggior parte della terra si sta riscaldando, le regioni che sono sottoposte alla ricaduta delle emissioni di biossido di zolfo si stanno in genere raffreddando. Le nuvole di solfati atmosferici prodotti dalle emissioni industriali raffreddano l’atmosfera riflettendo la luce solare verso lo spazio ed attenuano l’effetto dell’incremento della concentrazione dei gas serra; comunque i solfati hanno una permanenza atmosferica molto bassa e la loro presenza varia, anche di molto, nelle diverse zone della Terra.

Ripreso da http://www.nonsoloaria.com/effser.htm

4) Ciclicità della Terra

L’ALTERNANZA E LA DURATA DELLE GLACIAZIONI È INFLUENZATA DALL’EQUILIBRIO DI TRE FATTORI: L’INCLINAZIONE DELLA TERRA, LA SUA TRAIETTORIA INTORNO AL SOLE E GLI EQUINOZI.          

Già a partire dal 1924, Milutin Milankovitch, geofisico serbo, propose una spiegazione alle alternanze tra periodi glaciali ed interglaciali, utilizzando le variazioni cicliche che l’orbita terrestre subisce nel tempo. Infatti, oltre alla rotazione del nostro pianeta intorno al proprio asse (ciclo giorno-notte) e della sua rivoluzione intorno al sole (ciclo annuale), Milankovitch scoprì che i cosiddetti “parametri orbitali” del nostro pianeta, non sono costanti nel tempo. Nella figura sono illustrati i tre principali moti orbitali e la loro variazione.

Variazione dell’eccentricità dell’orbita. Il nostro pianeta orbita intorno al sole su una traiettoria ellittica, ma non costante. In effetti questa ellisse si modifica col tempo, da una ellissi più pronunziata a una meno pronunciata (quasi circolare), e compie un mtero ciclo in circa 100.000 anni.

Variazione dell’inclinazione dell’asse terrestre.
L’asse terrestre, inclinato rispetto il piano dell’orbita, cambia la sua inclinazione da 21.5° a 24.5°. Questa variazione compie un ciclo completo ogni 41.000 anni. Questo porta a una variazione della intensità delle stagioni.

Precessione degli equinozi. Oggi l’asse terrestre mantiene la stessa direzione lungo l’arco di un anno, cioè il suo prolungamento verso Nord punta sempre sulla Stella Polare. L’asse terrestre si muove, non solo in angolo, ma anche i direzione, ed ogni 21.000 anni compie un giro completo. Ovviamente le variazioni nei parametri orbitali non modificano la quantità di energia che il sole ci invia, ma si ripercuotono sulla “insolazione”, cioè sulla quantità media di energia solare che raggiunge i vari punti della superficie terrestre.

 

 

 

 

Fig. Box 1 - Rappresentazione schematica dei tre principali parametri orbitali (eccentricità dell’orbita, inclinazione asse terrestre, precessione degli equinozi) del nostro pianeta che modificano l’insolazione, e quindi la distribuzione dell’energia sul nostro pianeta. Probabile causa prima dei cambiamenti climatici a grande scala.

Fonte Meteoviterbo.it

5) LA TEORIA DELLA DISLOCAZIONE DELLA CROSTA TERRESTRE          

Esiste infatti una teoria molto interessante che completa in modo particolarmente scientifico la teoria della deriva dei continenti; questa nuova ed affascinate idea che va sotto il nome di “teoria della dislocazione della crosta terrestre”, è stata divulgata da un professore dell’università del New England, tale Charles Hapgood, e merita di essere approfondita.
Verso la metà degli anni ’60, indagando a fondo su alcune antichissime mappe della Terra, egli si rese conto di una stupefacente cosa: queste vecchie ma alquanto precise mappe rivelavano che alcune terre come l’Antartide, l’America del Nord e la Cina erano libere dalle calotte di ghiaccio molto tempo prima che fossero esplorate dall’uomo. Questo ad esempio sarebbe dimostrato nella ormai famosa mappa di Piri Reis, un ammiraglio turco, realizzata a Costantinopoli intorno al 1513 circa. La validità di tale mappa è stata provata senza ombra di dubbio persino dall’”VIII° squadriglia di ricognizione tecnica aeronautica degli USA” (Base Aerea di Westover, nel Massachusetts), su richiesta di valutazione del professore Hapgood nel 1960.
Inoltre, come punto a suo favore ricordo che la scoperta dell’Antartide è avvenuta “solamente” nel 1818, cioè trecento anni dopo la realizzazione della mappa in questione. Stando a questi dati si evince che la documentazione originale per la mappatura dell’Antartide in condizioni di disgelo risalirebbe intorno al 4.000 a.C. Ma sappiamo che la storia ufficiale non riconosce nessuna civiltà degna di tale nome, in grado di effettuare una simile impresa; dunque il mistero sta nel fatto che “qualcuno” in un periodo “impossibile” ha rilevato una terra da noi scoperta solo nei primi dell’800. Un’altra mappa interessante è quella di Kircher (1601-1680): in essa è rappresentata l’isola di Atlantide con la forma e la superficie dell’Antartide priva dei ghiacci.
Dunque sulla base di queste mappe e di molte altre ancora, la terra veniva rappresentata come sarebbe apparsa se fosse stata priva di ghiaccio e con la disposizione dei poli terrestri assai diversa; Hapgood elaborò allora la Teoria della dislocazione della crosta terrestre (come integrazione della tettonica a placche), che postula uno spostamento graduale ma drammatico di tutta la crosta terrestre. In altre parole lo strato esterno (litosfera o crosta) scorrerebbe periodicamente sopra la “zona dejole” (astenosfera: uno strato situato appena al di sotto della crosta e appena sopra il mantello) causando gravi sconvolgimenti in superficie. Immaginiamo che i continenti si trovino a “galleggiare” su una massa di olio; ed ora proviamo ad immaginare di spingere con un dito uno di questi continenti: cosa succede? Accade che tutto il blocco terrestre inizia a scorrere assieme, spostandosi nella stessa direzione in cui spingiamo noi, ma la massa di olio rimane dove si trova: in poche parole il nucleo interno rimane fermo, ma è la parte esterna che si muove. Questo significa che se prima al Polo Sud si trovava una determinata regione, dopo tale spostamento verrà a trovarsene una di diversa. Secondo Hapgood, intorno al 9.600 a.C. si verificò uno sconvolgente spostamento della superficie terrestre; dunque l’America settentrionale ricoperta dai ghiacci venne a trovarsi in un clima più mite che la liberò per sempre da quell’inferno gelato mentre, come contraltare, la Siberia, che fino ad allora aveva goduto di un clima caldo (dimostrazione ne sono i fossili di animali che ai nostri giorni troviamo in ambienti dal clima ben più favorevole…) venne catapultata all’improvviso nel gelo più devastante e drammatico. Ed infine l’Antartide, da terra calda al centro dell’Oceano, si trasformò nell’inferno di neve e ghiaccio che tutti noi oggi conosciamo, andando a scivolare al Polo Sud.
Questa idea di Hapgood è considerata “globale” e spiegherebbe come e perché molte terre potrebbero essere rimaste sgombre dai ghiacci fino all’incirca il 4.000 a.C.
Dunque stando a questa teoria, l’Atlantide di Platone andrebbe cercata sotto i ghiacci dell’odierna Antartide; di tale avviso sono anche i coniugi Flem-Ath che partendo dall’ipotesi della teoria della dislocazione e confrontandola con le testimonianze storiche più antiche, arrivano con rigore scientifico a collocare il continente perduto sotto i ghiacci del Polo Sud.

ALBERT EINSTEIN

Voglio precisare che anche il grande A. Einstein si trovava d’accordo col professore Hapgood riguardo la sua teoria, tanto da restarne letteralmente elettrizzato:
“ Trovo veramente notevoli le Sue argomentazioni e ho l’impressione che la Sua ipotesi sia esatta. Non è possibile dubitare del fatto che spostamenti significativi della crosta terrestre abbiano avuto luogo più volte in un breve periodo di tempo.”
Così scriveva Einstein ad Hapgood in una lettera a lui indirizzata nel maggio del’53.
Abbiamo dunque visto che un ipotetico spostamento dell’Antartide verso sud dell’oceano Atlantico (teoria dello scorrimento della crosta terrestre), avrebbe provocato un graduale raffreddamento del clima causando la formazione di un’estesa cappa di ghiaccio, espandendosi per migliaia di anni fino alla consistenza raggiunta ai nostri giorni. Questa in sintesi la teoria espressa da Hapgood; teoria che naturalmente (manco a dirlo!!!) non viene riconosciuta dalla scienza ufficiale, “benché essa non sia in grado di dimostrarne la sua erroneità” (Hancock). La scusa campata dagli scienziati ortodossi sarebbe quella della mancanza di un agente scatenante che giustificherebbe tale “scorrimento”.Ma la causa di questo particolare spostamento sarebbe da ricercare i una teoria espressa da Einstein:
“In una regione polare si verifica una continua deposizione di ghiacci, i quali non risultano tuttavia distribuiti simmetricamente intorno al polo. Sulle anzidette masse di depositi asimmetrici esercita la sua azione la rotazione terrestre, e da ciò risulta un momento centrifugo che si trasmette alla crosta rigida della terra. Così determinato, il momento centrifugo – che è in costante aumento – raggiungerà un dato valore oltre il quale sarà causa duna traslazione della crosta terrestre rispetto alla restante massa della terra …”
Che dire di tutto ciò?…

CONCLUSIONE

Dunque sia la “tettonica a placche” (deriva dei continenti: lo spostamento delle zolle o placche terrestri), sia la “dislocazione della crosta terrestre” (la litosfera che scorre sulla astenosfera) presuppongono l’idea di una crosta che si può muovere. E’ evidente che le due teorie si completano a vicenda; la prima riguarda eventi che si riferiscono a cambiamenti a lungo termine, mentre la seconda si riferisce a spostamenti ben più violenti e drammatici. Con quest’ultima si possono anche spiegare diversi fenomeni come ad esempio l’estinzione in massa delle specie (e dunque anche di civiltà …) e i cicli delle glaciazioni

 

6) L’influenza dei vulcani sul clima terrestre

Le eruzioni vulcaniche sono in grado di scatenare cambiamenti climatici enormi ed in tempi brevi con un’efficacia che non ha pari in natura.

In pochi mesi possono abbassare le temperature atmosferiche dell’intero globo, scatenando siccità od inondazioni e memorabili ondate di freddo.

La più intensa eruzione vulcanica degli ultimi mille anni si è verificata nel 1815, quando esplose il vulcano Tambora, in Indonesia. Gli anni seguenti furono segnati dalle carestie. Il 1816 sarà ricordato come “l’anno senza estate” nell’emisfero settentrionale, perchè nei mesi estivi sia in Europa che nell’America del nord si verificarono continue alluvioni e le temperature furono così basse e le precipitazioni talmente abbondanti, che in vaste zone il grano non maturò causando gravi carestie.

Nel mio paese, in quegli anni visse una poetessa, Caterina Percoto, che molto scrisse della vita quotidiana di quell’epoca.
Al l’anno successivo al 1816 (il 1817), a causa della carestia derivante dalla disastrosa precedente estate, dedicò un racconto, il cui titolo fa ben capire quali negative conseguenze ebbe l’eruzione del Tambora, avvenuta in effetti quasi nella parte opposta del pianeta rispetto all’Italia. Il racconto si intitola “l’anno della fame”.

Di quel racconto, riporto un brano che parla delle condizioni dei contadini nel Friuli dell’epoca: “nudrivansi di radici di erbe selvatiche raccolte nei prati, e, se veniva lor fatto trovare in qualche recesso una covata di piantaggine (”Plantain”) ancora verde, se la mangiavano allessata così senza sale e senza condimento di sorta. Macinavano i torsi del cinquantino, e quella sterile e scheggiosa farina mescevano a poche di buona, e ne facevano un arido pane insalubre, senza sapore, e piuttosto inganno alla fame che verace nutrimento. Vicino al villaggio fu seminato un campicello a fave; se ne accorsero i meschini che pativano la fame, e tosto a disseppellire, e colle unghie le razzolavano fuori, e in poco di ora fu voltata sottosopra “.

Ma le cronache di quegli anni sono ricolme di episodi legati all’estrema povertà della popolazione.

Riporto due esempi che a mio modo di vedere illustrano bene la situazione.

Una testimonianza, tratta dalle cronache di uno storico di Cervignano del Friuli:
“Si uccisero buoi, asini, cavalli, cani e gatti per sfamarsi, specie in aprile e maggio. In. autunno erano poche le famiglie che avevano bestie per il lavoro della terra. Alcune famiglie cedettero case e campi interi per poche staia di grano e fecero affaroni quelli che ne avevano in serbo”.

Infine, una notizia tratta dalle note storiche del comune di Rovigo:
“anno infausto che sarà ricordato a Rovigno come l’anno della fame e della carestia. Il rovignese Filippo Ferrara viene impiccato per aver rapinato una donna di un pò di frumento che, per l’estrema fame, aveva avidamente mangiato a manate “.
Consideriamo ora alcuni dati climatici. Esiste una serie storica di dati meteorologici di Udine che comprende anche quell’anno.

Nel periodo che va dal 1803 al 1842, proprio l’estate del 1816 fu la più piovosa: nei mesi di giungo, luglio ed agosto caddero 777,6 mm di pioggia, mentre la media per quei tre mesi prevede un totale di 465 mm. Non solo, il 1816 nel complesso fu il terzo anno per ammontare di precipitazioni. Ovviamente l’estate fu eccezionale anche dal punto di vista termico, essendo la più fredda del periodo con una temperatura inferiore di 1,7 c° rispetto alla media climatica.

Questi dati trovano conferma, come già abbiamo riportato, in molte località dell’Europa e dell’America settentrionale.

Conosciamo gli effetti anche di un’altra grande eruzione. Nel 1783 il Laki, un vulcano islandese, eruttò per ben 8 mesi. Nel complesso l’eruzione non raggiunse i livelli del Tambora, ma fu geograficamente molto più vicina all’Italia rispetto al vulcano indonesiano e gli effetti non si fecero attendere. L’inverno del 1784 fu tremendo, uno dei più duri che si ricordino in Europa.

Torniamo ai dati di Udine, che non lasciano dubbi sull’impatto dell’eruzione.

Su 171 anni presi in considerazione, il 1784 risulta nettamente il più nevoso, caddero ben 166,4 centimetri di neve.

Non solo, ma sempre per quantità di neve caduta, troviamo il 1785 al terzo posto, il 1786 all’ottavo posto, il 1787 all’undicesimo posto ed il 1789 al tredicesimo posto. Ben cinque anni fra i sei anni che vanno dal 1784 al 1789 sono fra i primi tredici anni della serie, la firma del vulcano è inequivocabile, come inequivocabile è la testimonianza del famoso scienziato Benjamin Franklin che in quel periodo si trovava a Parigi e descrisse la permanente presenza di una nebbia scura, differente dalla tipica e normale nebbia umida che scompare sotto i raggi del sole: questa era secca e non veniva dissipata dalla luce solare. La stessa luce solare giungeva a terra estremamente debole ed anche in estate faticava a produrre ombre e non era in grado di scaldare il terreno.

Innumerevoli sono gli esempi degli effetti negativi delle eruzioni, ma probabilmente la più importante per la storia per l’uomo è anche una delle meno conosciute.

Infatti nel 535 dopo Cristo, probabilmente ci fu una gigantesca eruzione nel sud-est asiatico, talmente intensa da contribuire agli eventi che cambiarono la storia dell’uomo introducendo il medioevo.

 

7) L’influenza del sole sul clima

“Da 11.000 anni a questa parte mai il Sole è stato così attivo come negli ultimi 70 anni.
Lo afferma lo scienziato Sami Solanki, dell’Istituto Max Planck (Germania) insieme ai suoi collaboratori finlandesi e svizzeri. Una constatazione importante, perché questa fase di super-attività del Sole sembra coincidere con il periodo in cui il riscaldamento globale del nostro pianeta batte tutti i record.

La tentazione è
di vedere nei due fenomeni una rapporto di causa-effetto: l’aumento della temperatura media registrata nel corso del XX secolo non potrebbe essere semplicemente causata dall’attività crescente del nostro astro?
L’attività solare si manifesta attraverso un aumentato del numero delle zone oscure (le macchie solari) sulla superficie del Sole ogni 11 anni.

In un momento di grande calma, il Sole ne può essere completamente privo, mentre al massimo della sua attività presenta più di cinquanta macchie.
Durante questa fase attiva, il campo magnetico del Sole si intensifica e convoglia verso la Terra dei flussi
di particelle cariche.
E’ stato solo negli anni Ottanta che astronomi e climatologi hanno cominciato a ipotizzare un legame tra le macchie solari e l’energia irradiata.

E hanno riletto in questa ottica anche i dati del passato: fra il 1645 e il 1715, periodo in cui è stata notata un’assenza
totale delle macchie solari, un freddo senza precedenti si abbatté
sull’Europa.

Questa “piccola era glaciale” è stata attribuita a un’attività solare ridotta al minimo. Al punto che oggi i climatologi stimano che
un’attività del Sole minima comporti un raffreddamento del clima tra 0,5 e 1°C.
L’équipe tedesca che ha studiato l’attività solare si è basata sulla misura, negli alberi, della percentuale di carbonio 14 (l’isotopo pesante del carbonio che si forma quando i raggi cosmici percuotono le molecole dall’alto dell’atmosfera).

In fase di forte attività magnetica del Sole, i raggi cosmici subiscono una maggiore deviazione nello spazio e si formano meno atomi di carbonio 14, che quindi diventa un indice prezioso
per gli astronomi. La quantità di 14C immagazzinata nel corso della crescita degli alberi permette di tracciare l’evoluzione dell’attività solare nel tempo. Ma stabilito così quando il Sole è più o meno attivo e ammesso un legame tra l’attività del Sole e l’energia irradiata, resta da collegare le fasi solari con l’aumento della temperatura sulla Terra nell’ultimo secolo.

Gli studiosi sono ancora al lavoro per provare scientificamente questo legame, ma su un punto sono concordi: l’attività del Sole può al massimo spiegare un terzo del surriscaldamento attuale. Il resto fa parte di un ciclo naturale e forse c’è anche lo zampino dell’uomo.”

 

8) INVERSIONE DEL CAMPO MAGNETICO TERRESTRE

Il vero mistero legato al campo magnetico terrestre riguarda la sua incostanza nel corso del tempo.
Per motivi che non sono ancora stati del tutto chiariti, a distanza di migliaia o centinaia di migliaia di anni i poli magnetici della Terra si invertono, con conseguenze che ovviamente non sono esplicabili se non in via teorica.
Gli studi condotti sul paleomagnetismo, che riguarda l’analisi del magnetismo delle rocce di cui si trova traccia da milioni di anni a questa parte, hanno permesso di chiarire che sulla Terra si sono alternati periodi di polarità normale con periodi di polarità inversa.
Questi periodi vengono definiti “epoche magnetiche”. Infatti le rocce contengono minerali magnetici (ossido di ferro) le cui particelle, durante il raffreddamento, si orientano secondo il magnetismo terrestre. Perciò, esaminando il magnetismo degli strati di lava che si sono depositati e raffreddati in epoche diverse, è stato possibile ricostruire l’andamento nel tempo del campo magnetico del pianeta.
Alcuni scienziati ritengono, sulla base dei dati in possesso, sia possibile affermare che i poli magnetici della Terra si siano invertiti oltre una decina di volte negli ultimi 30 milioni di anni, probabilmente non con una frequenza precisa ma all’incirca ogni 300 mila anni.
L’ultima inversione si sarebbe verificata circa 780 mila anni fa, anche se non tutta la comunità scientifica è d’accordo sulla datazione di questi eventi epocali.
Gli studi condotti nel XX secolo sul magnetismo terrestre hanno permesso di calcolare che nell’ultimo secolo il campo magnetico della Terra si è ridotto del 10%.
Recentemente lo scienziato americano G. Glatzmaier ha affermato che l’indebolimento del campo magnetico terrestre non comporta necessariamente la sua prossima inversione, anche perché questo sarebbe in media quasi il doppio rispetto alla media dell’ultimo milione di anni.
Studiando i modelli matematici della struttura interna della Terra, in cui si considera il nucleo solido e lo strato di ferro allo stato liquido che lo avvolge (i cui movimenti generano, per effetto dinamo, il campo magnetico terrestre) e approntando opportune equazioni magnetoidrodinamiche, Glatzmaier e P. Roberts hanno predisposto dei programmi di simulazione della struttura interna della Terra e delle interazioni tra i fluidi conduttivi e il campo magnetico. In tal modo hanno simulato, con diverse prove, il riscaldamento e una variazione nei movimenti interni del profondo strato di metallo liquido in cui si genera il campo magnetico, per verificare quali conseguenze potrebbero esservi nel campo magnetico terrestre.
Con migliaia di prove Glatzmaier e Roberts sono giunti alla conclusione che le turbolenze interne dello strato generante il campo magnetico provocano dei cambiamenti che possono essere ritenuti “normali”.
Durante queste prove di simulazione si è potuto verificare che l’agitazione dello strato di metallo liquido che avvolge il nucleo terrestre comporta una serie di modifiche al campo magnetico terrestre; questo aumenta o diminuisce a seconda dei casi, i poli magnetici si spostano e in alcuni casi si invertono.
Secondo i due scienziati americani queste inversioni richiedono alcune migliaia di anni per completarsi e, a differenza di quello che si pensava, non comportano l’azzeramento del campo magnetico ma una sua modifica.
Durante le inversioni dei poli il campo magnetico non scompare ma modifica la sua struttura e diventa più complesso. Le sue linee di forza in prossimità della superficie terrestre tendono a divenire aggrovigliate e i poli magnetici si spostano prima di completare l’inversione.
Gli scienziati ritengono dunque che in tale evento epocale non vi sia l’azzeramento del campo magnetico ma questo continui ad esistere anche se con caratteristiche che, come abbiamo visto, sono diverse dai periodi di polarità normale.
Anche se ci muoviamo nell’ambito delle ipotesi, perché pur sempre di ipotesi si tratta, gli studi di Glitzmaier e Roberts dimostrerebbero che l’inversione dei poli magnetici non dovrebbe avere conseguenze devastanti per la vita sulla Terra, anche perché darebbero ragione del fatto che se anche ci fossero state almeno due inversioni nell’ultimo milione di anni, la razza umana non si è estinta, anche se forse è giunta prossima all’estinzione diverse volte con gli effetti delle glaciazioni.
Tutto questo però rimane confinato nell’ambito delle ipotesi perché gli studi condotti dagli scienziati hanno messo in luce gli effetti delle variazioni del campo magnetico terrestre a causa della rotazione terrestre e dei movimenti interni della Terra che provocano il meccanismo di geodinamo, ma queste ipotesi devono tenere conto anche dei dati di osservazione scientifica che possono essere molto più esaustivi rispetto a qualunque ipotesi accademica.
In questi ultimi anni il contributo della comunità scientifica internazionale sul campo magnetico terrestre è cresciuto notevolmente anche perché si è notevolmente incrementato il dibattito sulla sua possibile inversione.
Possiamo citare tra tutti la testimonianza del Responsabile delle ricerche sul geomagnetismo dell’Istituto nazionale di Geofisica, Angelo De Santis, nonché collaboratore dell’ESA (L’Agenzia spaziale europea) per il progetto Swarm, che prevede la messa in orbita entro il 2009 di tre satelliti che dovrebbero permettere nuove ricerche sul campo magnetico terrestre, secondo cui l’inversione dei poli magnetici potrebbe avere determinati effetti sulla vita umana e del mondo animale.
Tale fenomeno infatti porterebbe la Terra ad avere una minore schermatura contro il vento solare e questo potrebbe comportare un assottigliamento dello strato di ozono e una maggiore penetrazione delle radiazioni ultraviolette che determinerebbe un aumento delle malattie tumorali per gli esseri umani.
Il fenomeno potrebbe avere anche effetti sulle specie animali che impiegano il campo magnetico per il proprio orientamento (le balene, le tartarughe, alcune specie di uccelli migratori).
De Santis ritiene che le cause della possibile inversione del campo magnetico terrestre possano essere ricercate proprio nei moti turbolenti che si verificano nello strato fluido metallico che sovrasta il nucleo solido del pianeta, con una sorta di meccanismo di geodinamo “autoalimentato” che originerebbe nuovi flussi di campo magnetico.
Le energie che alimentano questi moti turbolenti sarebbero legate al moto di rotazione del pianeta e probabilmente al processo di accrescimento del nucleo solido.
Resta il fatto che, mentre una parte della comunità scientifica appare più ottimista, altri studiosi sembrano ipotizzare una possibile inversione del campo magnetico in tempi relativamente brevi.
De Santis punta il dito contro l’aumento di velocità del fenomeno di spostamento dei poli magnetici che, in via teorica, richiederebbe migliaia di anni per il completamento dell’inversione, ma che nella dinamica attuale fa supporre un’inversione di polarità in tempi “rapidi”.
Si parla di un’inversione che si potrebbe compiere in circa duemila anni.
Negli ultimi anni questa ipotesi è stata suffragata dagli studi condotti dagli scienziati europei e americani sui dati raccolti dai satelliti negli ultimi 20 anni.
Nel 2002, per esempio, Gauthier Hulot, dell’”Istituto di Fisica della Terra” di Parigi, confrontando i dati raccolti dal satellite Oersted con i dati raccolti vent’anni fa dal Magsat, ha individuato alcuni punti di flusso invertito in due zone a confine fra il Mantello e il Nucleo.
In particolare uno è stato individuato sotto le regioni dell’estrema punta meridionale dell’Africa, ed è stato osservato che in quel punto il campo magnetico punta verso il centro della Terra, anziché verso il polo sud magnetico.
Un’altra zona è stata individuata nelle regioni attorno al polo nord, con caratteristiche inverse rispetto al precedente.
Secondo lo staff di Hulot queste scoperte potrebbero spiegare il progressivo indebolimento del campo magnetico terrestre negli ultimi 150 anni.
Ciò che è sicuro per la comunità scientifica è che nel passato, come dimostrato dagli studi di paleomagnetismo, il campo magnetico ha subito, con una frequenza non regolare periodiche inversioni della sua polarità e questo fenomeno continuerà a verificarsi anche in futuro.
Recentemente il geologo americano Brad Clement, dell’Università della Florida, ha pubblicato uno studio sulla rivista scientifica Nature in cui illustra le sue recenti scoperte sull’inversione del campo magnetico. Gli studi da lui condotti hanno portato a supporre che il campo magnetico terrestre si invertirebbe in pochi migliaia di anni alle basse latitudini mentre richiederebbe circa 10.000 anni per l’inversione alle latitudini elevate.
Le ipotesi messe in campo dagli studiosi si accavallano e si susseguono le une alle altre anche se non hanno ancora permesso di fare piena luce su quelli che siano i tempi, più o meno rapidi, di questo fenomeno. Comunque la comunità scientifica sembra comunemente nell’essere in accordo sul fatto che i dati in possesso sullo spostamento dei poli nella dinamica attuale possa comportare nel giro di poche migliaia di anni il ripetersi del fenomeno dell’inversione dei poli magnetici, anche se non vi è accordo sui rischi che questo fenomeno possa comportare per la vita sulla Terra, come un incremento dell’attività sismica e vulcanica i cui effetti potrebbero essere notevoli e sconvolgenti.
Abbiamo già messo in luce in un altro articolo lo strano fenomeno dell’incremento dell’attività sismica che sembra notarsi da alcuni anni a questa parte su scala planetaria, per il quale si potrebbe ipotizzare un nesso con i futuri cambiamenti cui andrà incontro il campo magnetico della Terra.
Ovviamente la comunità scientifica fa quadrato su questo argomento perché ritiene che l’andamento dell’attività sismica sia da ritenere normale negli ultimi anni, per cui non vi sarebbero rischi particolari legati alle dinamiche del campo magnetico.
Sono ancora molti, comunque, i misteri su questa forza invisibile che regna sovrana.